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Lunedì 24 Giugno 2019 21:25

Trump offre soldi, la Palestina rifiuta. <Prima accordo di pace>

 


di Alessandro Fieramonte

 


Di fronte alla grave crisi umanitaria di quella prigione a cielo aperto che è Gaza assediata dagli israeliani e all’occupazione militare e civile illegale dei Territori palestinesi con insediamenti ebraici, da bravo Yankee Trump ha pronto il suo piano di pace in Medio Oriente: insistere sulla formazione dei due Stati e tenere buoni i palestinesi stranieri in casa “anche” propria mettendogli un pacco di soldi in mano, 50 miliardi di aiuti. Una cifra astronomica  che, però, se nei tempi passati (già ai tempi di Arafat) otteneva i suoi effetti per un po’, ieri, invece, in un rigurgito di orgoglio e senso dell’opportunità politica dell’Autorità nazionale palestinese, non ha sortito effetto alcuno. Il <no, grazie> del presidente Abu Mazen, da Ramallah, è stato netto e deciso. <Prima vengono gli accordi politici, senza i quali dei soldi non sappiamo che farcene>, ha spiegato Mazen il quale ben sa che l’oppressione che vive il suo popolo, costretto a un regime di apartheid vero e proprio dal governo israeliano, non potrà mai essere compensato da un po’ di danaro. Soltanto  un vero accordo politico che permetta la convivenza alla pari tra ebrei e palestinesi in Palestina può portare alla pace, è la sostanza  del gran rifiuto.

 

 

Abu Mazen sa bene che questo è forse il momento buono per piegare l’arroganza del governo Netanyau, un leader in gran difficoltà per problemi giudiziari (sta per iniziare il processo in cui è accusato di corruzione) e politico amministrativi proprio a causa della drammatica situazione in cui vivono i palestinesi di Gaza: Un allarme che arriva proprio da un folto gruppo di militari che contestano la politica inumana con la quale il governo israeliano tiene recintati in una striscia di terra, assediata da carri armati e soldati armati fino ai denti, decine di migliaia di persone, native di Palestina e cacciate con la forza dalle proprie case.


La soluzione più gettonata dai palestinesi torna ad essere quella di uno Stato unico della Palestina che prevede anche il ritorno dei palestinesi nelle proprie terre dalle quali erano stai cacciati dagli israeliani nella guerra del ’73. Una soluzione che, dal punto di vista dell’Autorità nazionale, dovrebbe porre fine al grande disastro che furono gli accordi di Oslo voluti da Bill Clinton che, con l’obiettivo dei due Stati con confini delineati a portato al nulla di fatto di oggi.


Non è più tempo di illusioni. E per l’opinione pubblica che ha a cuore una vera pace tra palestinesi e israeliani è il momento di prendere atto di un fallimento storico. Dopo vent’anni di finte o nulle trattative tra i governo di Tel Aviv e le varie Autorità della Palestina occupata militarmente da Israele, la soluzione sembra ancora lontana. L’idea-guida “due popoli per due Stati” alla base degli accordi di Oslo del ’93 sembra non reggere più. Un nuovo movimento popolare e intellettuale si sta imponendo dentro e fuori la Striscia di Gaza. Per rivoluzionare completamente la fallimentare road map internazionale voluta e imposta da Washington e Tel Aviv. E abbattere il suo mito.

<L’accordo di Oslo per le sue conseguenze è stato un disastro per i palestinesi, una nuova catastrofe>, è convinto il sociologo Jamil Hilal,  uno dei relatori al Convegno di Studi organizzato a Roma, in Campidoglio dal consigliere cittadino del Movimento 5Stelle, Daniele Frongia, con l’Ism-Italia, il Movimento internazionale di solidarietà.

 


<Quegli accordi – aggiunge lo studioso, che vive a Ramallah ed è autore di numerose pubblicazioni sulla società e sulla politica palestinesi -  hanno favorito, infatti, l’illusione, internazionalmente e regionalmente, che il conflitto israelo -palestinese sia un conflitto di frontiere e che un processo di pace è in corso. Niente di più errato>. Secondo Hilal, quello storico incontro tra il premier dello stato ebraico Rabin e il capo dell’Olp, Arafat, ha fornito a Israele nient’altro che una copertura per continuare la sua occupazione militare di insediamento coloniale, avviata nel ’47, perfezionata nel ’48 e proseguita con l’occupazione dei Territori nel ’67.

Da Wassim Damash, professore di lingua araba all’Università di Cagliari - <i palestinesi sono stati definitivamente cacciati dalla Storia e la loro catastrofe negata> - a Enrico Bartolomei, studioso del pensiero politico palestinese e autore di ricerche sulla questione dei profughi, il coro è unanime: gli accordi di Oslo, che vengono presentati tuttora dalla politica e dalla stampa come l’avvio del processo di pace, non sono nient’altro che un mito da sfatare, riportando alla realtà dei fatti e delle cronache la drammatica situazione di oppressione che gli israeliani impongono manu militari ai palestinesi.

<Quei “trattati” non furono altro che una dichiarazione di principi che prevedeva un periodo di transizione di cinque anni senza chiari impegni da parte israeliana sulla natura dell’accordo definitivo>, spiega Daniele Frongia. L’accordo definitivo non è mai stato raggiunto, aggiunge, la transizione prosegue e il tutto si è trasformato in quella che molti definiscono l’industria del processo di pace, interessata al processo, ma dimentica della pace>. E’ la storia della soluzione due popoli-due stati che ha permesso a Israele di proseguire la costruzione di insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

<Grazie agli accordi – aggiunge ancora il sociologo di Ramallah - Israele ha continuato con le sue politiche coloniali, il movimento politico palestinese si è indebolito, i diritti collettivi dei palestinesi sono stati travisati. Così Israele ha rafforzato un sistema di apartheid>, in maniera peggiore di quello messo in atto in Sudafrica>.

L’elenco di politiche autoritarie che applicano il sistema di apartheid ai danni dei palestinesi è lungo e inquietante. Va dal controllo militare delle persone e delle merci nei punti di entrata e di uscita dalla West Bank e da Gaza, secondo le mutevoli esigenze dell’esercito israeliano, che non esita a spianare i mitra anche contro anziani, donne e bambini, costretti a restare ammassati dietro sbarre e reticolati; alla costruzione di by pass road che connettono gli insediamenti dei coloni riservate esclusivamente agli israeliani; fino all’appropriazione delle risorse naturali, la maggior parte della terra e delle principali sorgenti d’acqua.

<Ora è imperativo che i palestinesi – sostiene ancora Halal - sfatino tutti gli equivoci , i miti e le superstizioni che Oslo ha nutrito e mantiene, ricostruendo, democratizzando e unificando le proprie istituzioni rappresentative. E’ ora che nasca un nuovo movimento di liberazione con il quale i palestinesi che vivono in Israele e quelli dei Territori facciano la propria parte. Gli uni lottando per ottenere diritti uguali con i cittadini ebrei. Gli altri combattendo uniti per porre termine all’occupazione militare e coloniale>.

L’aiuto internazionale, di cittadini e istituzioni, è fondamentale. <E’ necessario sostenere internazionalmente il movimento globale per il Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni (Bds) contro Israele per costringerla al rispetto della legge internazionale e dei diritti dei palestinesi>.

Resta il problema dei profughi, sradicati dalla propria terra e rifugiati in altri paesi, vittime di una diaspora che non sembra finire mai. E’ il momento che anche i Paesi che li ospitano concedano loro diritti civili e più sicurezza nei campi profughi. <Non ci può essere una soluzione duratura per la questione palestinese senza giustizia per loro. Uno stato unico che contiene palestinesi ed ebrei israeliani già esiste. Ma è uno stato coloniale che attua una discriminazione razzista contro i palestinesi. Questo deve finire>.

Gli accordi di Oslo, in sostanza, vanno abbandonati per raggiungere un nuovo, vero, compromesso, questo sì <storico>. Che comporti la condivisione della Palestina con gli ebrei israeliani <una volta che essi rigettino il sionismo>.