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Venerdì 15 Novembre 2019 22:30

Tornano gli “eroi” italiani feriti, in Iraq missione di pace o guerra?

 


di Alessandro Fieramonte

 


Sono tornati in Italia i cinque militari, incursori della Marina e truppe d’assalto del Col Moschin, feriti da una bomba esplosa sotto la macchina civile sulla quale viaggiavano, in abiti civili,  in territorio iracheno ancora infestato da terroristi  jiahdisti in fuga o nascosti in villaggi sperduti del Nord dell’Iraq. L’attentato è stato prontamente rivendicato dall’Isis, tanto per smentire le spiegazioni imbarazzate del ministro Guerini che si affrettava a inventare una spiegazione dell’attacco a uso e consumo del popolo bue (secondo lui) derubricando l’accaduto a “incidente” in un campo minato che i militari italiani stavano bonificando in aiuto alle forze irachene.


L’attentato era una vera e propria risposta contro gli italiani che partecipano, con mezzi civili, in abiti civili, a una  guerra sotterranea, segreta, che si sta svolgendo nell’area senza che ci sia stata alcuna autorizzazione ufficiale del popolo italiano. La presenza dei militari italiani in quei luoghi è giustificata non già da una missione di pace Onu, ma nell’ambito di missioni internazionali “private” di lotta al terrorismo del Califfato il cui capo, Al Bagdadi, sarebbe stato ucciso in un blitz delle forze speciali Usa e il suo corpo gettato in mare, come Osama Bin Laden (vedi archivio).


E’ questa l’ipotesi più accreditata tra gli osservatori indipendenti che non si sono bevuti la storiella dell’incidente raccontata dal ministro Guerini. Ora si tratta di liberarsi dei tanti “guerrieri” fondamentalisti dell’islam che si nascondono in Iraq e in Siria o già in fuga in Turchia (che ne ha già presi alcuni, minacciando di liberarli e mandarli in Europa, così, tanto per spillare altri soldi), Libia o chissà dove. Così i militari delle Forze occidentali girano come 007 in missioni speciali segrete a caccia di appartenenti al Califfato, per eliminarli. Se questo sia corretto o meno è da valutare attentamente. La nostra Costituzione vieta la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Quella che stiamo facendo in Iraq e in Siria cos’è.