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Sabato 16 Novembre 2019 18:02

Ilva senza pace, Mittal la liquida. Val la pena nazionalizzarla?

 

 

 

 


E’ riesplosa la vicenda dell’Ilva di Taranto. L’Arcelor Mittal, compagnia indiana dell’acciaio che aveva rilevato l’azienda dopo la fuga dei Riva e il commissariamento dello Stato, ha scelto unilateralmente di risolvere il contratto firmato con il governo italiano e chiudere la fabbrica. Hanno già cominciato a spegnere un altoforno. La scusa? Lo scudo penale che, in presenza dei danni ambientali e delle morti conseguenti tra i cittadini e i lavoratori, i dirigenti dell’azienda vorrebbero avere in caso di problemi giudiziari causati dall’attività dell’acciaieria. Il che sarebbe a dire che se muore qualcuno a Taranto a causa dell’inquinamento ambientale della fabbrica i dirigenti responsabili di quell’inquinamento non dovrebbero essere chiamati a risponderne in giudizio. Assurdo e inaccettabile, per il capo politico dei 5Stelle Luigi Di Maio che, con il segretario della Cgil, denuncia questo problema come <una scusa> che nasconde l’incapacità imprenditoriale della Mittal, alle prese con i conti sbagliati del loro progetto in Italia. Una questione difficilissima da risolvere, con la città divisa letteralmente in due tra cittadini che chiedono la chiusura della fabbrica altamente inquinante che tante morti ha causato tra la popolazione dei quartieri limitrofi e lavoratori che perderebbero il lavoro.

Fatto è che dell’acciaio, un minimo, le imprese italiane hanno bisogno. Facile da reperire. Andarlo a comprare in Cina, dove pure costa poco, sarebbe logisticamente più difficile. Ma questo non vuol dire che per tale esigenza bisogna sopportare un inquinamento ambientale a danno di chi abita intorno alla fabbrica. Vuol solo dire, come hanno fatto in tutta Europa e perfino in Corea del Nord, che l’acciaieria deve seguire elementari e tecnologicamente disponibili, procedure che evitino lo spargimento di fumi e polveri assassine nell’ambiente e dentro il luogo di lavoro. E’ così difficile? No, non è difficile. Tanto è vero che si è già cominciato, grazie a quel contratto strappato dal ministro Di Maio l’anno scorso. Ora si ricomincia.


In tanti chiedono di mandare gli indiani a quel Paese e nazionalizzare l’azienda, bonificando per bene il tutto e salvando i posti di lavoro e la vita dei tarantini. sarebbe una soluzione semplice. Il governo, però, tiene duro. Vuole costringere la Mittal a rispettare il contratto e ben si capisce.


Permettere alla Mittal di scappare dalle proprie responsabilità sarebbe una resa dello Stato a qualsiasi sciacallo imprenditoriale che venga in Italia a giocare sulla pelle della gente guardando soltanto al proprio profitto. Chi la vincerà? Difficile dirlo. L’importante che vinca il buon senso che dice che il lavoro, oggi come oggi, non deve più uccidere nessuno. Né dentro né fuori le fabbriche.