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Giovedì 12 Dicembre 2019 21:28

Piazza Fontana, fu strage golpista. E per l’innocente Pinelli solo tante scuse

 

 

di Elisabetta Regina

 

 

In un silenzio assoluto e per questo commovente alle 16.37 esatte Milano ha ricordato la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 quando una bomba fascista di Ordine Nuovo, complici pezzi dello Stato, esplose nella Banca nazionale dell’Agricoltura facendo 17 morti e 88 feriti. A mettere materialmente la bomba potrebbe essere stato, dicono alcuni testimoni  di Ordine Nuovo (alleato allora del Movimento sociale italiano) il camerata Delfo Zorzi, ma nessuna sentenza giudiziaria lo ha mai condannato e lui da allora se la spassa in Giappone. A organizzare l’attentato (altri ne seguirono), invece, furono i dirigenti di Ordine Nuovo del Veneto, Freda e Ventura, con la complicità e il sostegno di esponenti dei servizi segreti, italiani e stranieri. Ma nessuno è finito in galera. Hanno avuto tutti il tempo (e l’aiuto di apparati dello Stato) di scappare, mentre la polizia fingeva di occuparsi della pista anarchica, ben sapendo che era del tutto inventata, una montatura creta ad arte. La strategia della tensione fascista prevedeva proprio che, additando i “comunisti” anarchici come autori di quell’orrore, gli uomini nostalgici e coinvolti nella dittatura dei gerarchi avrebbero avuto la propria rivalsa e il via libera per imporre alla gente impaurita un colpo di Stato di stampo fascista.

Non ci sono sentenze giudiziarie che hanno portato in prigione questa gente. Assolti da Tribunali “strani” vengono tutti assolti per insufficienza di prove (tranne i generali autori dei depistaggi che avranno tutto il tempo di fuggire, chi in Sudafrica chi a Timbuctù) e quando finalmente, dopo vent’anni di processi, queste prove saltano fuori (la confessione di chi comprò per Freda e Ventura timer e tritolo)  non possono più, come vuole il diritto, essere processati.

 

Bisogna, dunque, accontentarsi della verità storica, questa sì citata in una sentenza della Cassazione, che ha accertato come quella strage, preceduta da 147 attentati in tutta Italia (17 a Milano e Roma) fosse l’ultimo atto, il più violento di una strategia di estrema destra, intrecciata con gli interessi dei servizi segreti italiani etero diretti dagli Stati Uniti, per tenere sotto controllo la stagione di proteste operai e sindacali e impedire l’avvicinamento al governo del Partito comunista. Anche con un colpo di Stato autoritario, alla maniera di quello attuato due anni prima dai militari in Grecia. 

 

Maletti, La Bruna, Miceli sono i generali dei servizi segreti che, usando Giannettini come agente coordinatore, coprirono la preparazione dell’attentato e Freda e Ventura i responsabili di Ordine Nuovo che lo organizzarono, mandando Zorzi con sette chili di tritolo in quella banca piena di agricoltori in affari dopo il mercato che tradizionalmente si svolge a Piazza Fontana.

 

Tutto era stato preordinato per spingere l’allora presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat (che aveva appena ricevuto un minaccioso Richard Nixon , preoccupato per le intese in fieri tra Dc, Psi e Pci) a dare il via allo stato di emergenza e sospendere le libertà democratiche.

 

A firmare il golpe, come ha raccontato Andrea Vinciguerra, dirigente di Ordine Nuovo di quegli anni e autore di un attentato che fece tre vittime tra i Carabinieri, in una straordinaria ricostruzione di Andrea Purgatori, doveva essere il presidente del Consiglio, il democristiano Mariano Rumor, il quale si rifiutò. A convincerlo a non farlo, salvando così la democrazia antifascista nata appena 20 anni prima,  la risposta popolare dei milanesi che, tre giorni dopo la strage si presentarono ai funerali delle vittime in trecentomila.

 

Muti, attoniti, resistenti, già convinti del pericolo democratico che l’attentato rappresentava, dubbiosi tutti che fossero gli anarchici ad averlo organizzato come volevano a tutti i costi convincerli gli uomini dello Stato. Proprio come nella cerimonia della memoria, utile al presente e al futuro, che si è svolta nello stesso minuto della strage a Milano cinquant’anni dopo. I rischi di restare vittime della strategia degli allarmi bugiardi e della paura del diverso, degli immigrati, degli ebrei o degli omosessuali, esercitata con chiarezza dalla Lega di Salvini e Fratelli d’Italia di Meloni, sono del tutto presenti oggi come allora.

 

Alla commemorazione di Milano sono state 18 le vittime della strage ricordate. Tra loro anche Giuseppe (Pino) Pinelli, un uomo degno e non violento, ferroviere integerrimo, anarchico per passione politica che, con Piero Valpreda, venne individuato come capro espiatorio preordinato dagli stragisti neofascisti (annidati nelle Questure e nei Tribunali) per accusare le “sinistre”, nella fattispecie gli anarchici, come autori dell’attacco.

 

Fu convocato dal Commissario Calabresi secondo le indicazioni del Viminale (i cui uomini sbarcarono in forze a Milano con la pista anarchica già decisa per coprire i veri responsabili dei servizi depistando le indagini), trattenuto illegalmente in Questura per tre giorni e, durante un (finto) interrogatorio condotto da Calabresi e altri 5 poliziotti, volò dalla finestra della stanza del commissario, finendo morto sul selciato del cortile.

 

Ci sono voluti 50 anni perché alla moglie (morta l’anno scorso), alle figlie, presenti alla celebrazione, venissero porte le scuse dello Stato per l’accaduto, spiegato ipocritamente dalle autorità e dalla Questura (retta da un ex prefetto fascista, riciclato dalla Cia nell’Italia repubblicana) in quegli anni prima come suicidio (smentito dalle prove) dettato dalla colpa, poi come <malore attivo>, come sentenziò incredibilmente il giudice Gerardo D’Ambrosio (uomo di sinistra), archiviando i processi avviati dalla moglie di Pinelli e insabbiati colpevolmente.

 

E’ stato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, oggi a rendere onore ai familiari di Pinelli che non si sono mai arresi alle bugie dello Stato per coprire chissà quali inconfessabili ragioni <di connivenza tra una strategia fascista nazionale e internazionale e pezzi dello Stato> messi in campo in quegli anni ’70.

 

Un colpo di Stato, rientrato all’ultimo minuto, fu organizzato da uno dei fedelissimi di Mussolini, Juonio Valerio Borghese proprio nel 1970. E, dopo piazza Fontana, con la stessa spietata volontà di rivalsa fascista, ci furono gli attentati di piazza della Loggia a Brescia (1974) durante un comizio sindacale, al treno Italicus e alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980.

 

Nella giornata della memoria di piazza Fontana sono stati invitati anche i familiari del commissario Calabresi (il cui figlio Mario ha fatto una carriera rapidissima e vertiginosa nel quotidiano La Repubblica fino a diventarne il direttore) , accomunato a Pinelli, vittima innocente (con Pietro Valpreda, offerto poi, inventandolo, a una stampa compiacente come il mostro autore della strage)  nella tragedia.

 

Il “questurino” come venivano definiti allora i poliziotti, venne ucciso da alcuni giovani esponenti di Lotta Continua per vendetta, ritenuto l’autore del “volo” dalla finestra del povero Pinelli. Lui aveva giurato davanti a un Tribunale che nel momento della “caduta” del ferroviere dalla finestra non era nella stanza.

 

Si può anche prendere per buona questa giustificazione e niente mai può attenuare l’orrore dell’omicidio di una persona. Accomunarlo, però, al Pinelli negli onori alle vittime della strage, sembra un po’ stonato, considerando che la verità su cosa accadde in quell’ufficio tre giorni dopo l’attentato non è stato mai accertato e ogni tentativo di avere verità da parte della vedova che denunciò i poliziotti presenti all’interrogatorio, e delle figlie, è stato gettato in qualche cestino del Tribunale di Milano.

 

<Le memorie “condivise” non ci appartengono e non si possono mettere sullo stesso piano vittime e carnefice>, ha affermato a RaiNews24 una delle figlie di Pinelli, invocando ancora oggi la verità su quella notte nella stanza del Commissario Calabresi, presente o (opportunamente?) assente che fosse. Non c’è niente di più vero.

 

Le celebrazioni, le lapidi, le scuse, alla fine, potrebbero essere solo la foglia di fico buona a nascondere e coprire responsabilità. Che tutto cambi perché niente cambi, diceva il Gattopardo. E anche questo è innegabile. Si spera sempre, tuttavia, che sia il momento buono per avere vera giustizia.