Stampa
Lunedì 13 Gennaio 2020 21:59

2020, brutto avvio. Grazie a Trump incubo di una nuova guerra



di Ag.Bl.



Facciamo ammenda. Negli auguri per il nuovo anno questo Post aveva sparso un po’ di ottimismo, non senza ragione. I fatti dimostrano che almeno sul fronte della politica interna l’economia va decisamente meglio. I conti dell’Istat appena sfornati dicono che l’occupazione ha fatto un balzo straordinario arrivando al 59 per cento, dato record dagli anni ’70. Grazie alle politiche del lavoro dei governi Conte1 e Conte2, con il contributo fondamentale 5Stelle, si sono stabilizzati in assunti a tempo pieno quasi tutti i precari creati dai governi Monti, Letta, Renzi, con l’istituzione del jobs act, che dovrebbe essere abolito a breve ripristinando i diritti dei lavoratori dipendenti. Purtroppo non avevamo fatto i conti con la personalità diciamo così “eccentrica” del presidente Usa Donald Trump che sembra far di tutto per portare il mondo sull’orlo di una terza guerra mondiale con focolaio in medio oriente. Per non dire del sultano turco, Erdogan, che cerca di ricostituire l’impero Ottomano, occupando la Libia con la scusa di aiutare Tripoli a difendersi dall’imminente conquista dell’uomo forte ( e più gradito alla popolazione) generale Haftar, amico di russi, francesi, inglesi e fra breve anche di Washington.


In  un momento di relativa tranquillità internazionale, con la sconfitta dell’Isis e il ritiro delle truppe statunitensi dagli scenari mediorientali, la soluzione della guerra civile in Siria, l’imminente accordo in Libia tra il presidente libico nominato dall’Occidente e comandante di Tripoli Al Serraj e il generale della Cirenaica suo rivale in armi, il palazzinaro Donald Trump ha pensato bene di mandare dei droni carichi di bombe all’aeroporto di Bagdad per uccidere in maniera plateale il generale iraniano Soleimani, braccio destro della guida suprema dell’Iran. Se l’avesse fatto l’Iran si sarebbe definito semplicemente terrorismo.


La scusa, non provata: aveva un piano per attaccare militari statunitensi. Attacco difensivo preventivo, si chiama. Una dinamica che ricorda tanto l’attacco alla Libia di Gheddafi e all’Iraq di Saddam. Si scatena una planetaria campagna di disinformazione piena di bugie (le armi chimiche di Saddam mai esistite, il genocidio del suo popolo programmato da Gheddafi, di cui nemmeno Amnesty International è riuscito a trovare traccia) per giustificare una guerra che nessuno, a parte l’amante del genere Trump e compagnia, vorrebbe mai.


Il mondo ha trattenuto il respiro per la paura che si scatenasse una escalation mondiale. Per fortuna l’Iran, amico dei russi e ben difesi nella geopolitica da Putin, ha reagito con un po’ di missili contro l’ambasciata Usa in Iraq e qualche base militare a stelle strisce senza fare vittime. Anche gli italiani, presenti iin Iraq con 600 uomini nell’ambito della missione militare di sostegno anti-Isis, non hanno subito alcun danno.  Ma la vendetta è stata proclamata e sarà difficile che la cosa si fermi là.


Tragedia nella tragedia ai funerali del generale la ressa di milioni di persone in lutto ha fatto altri morti innocenti e, proprio la sera del lancio di missili iraniani contro le basi Usa in Iraq, è caduto un aereo ucraino appena decollato da Teheran con decine di iraniani a bordo. Tutti morti. Si sospetta che sia stato colpito da uno dei missili iraniani, per errore, ma l’Iran smentisce. resta che tanta gente innocente continua a morire per decisioni folli di governi che nemmeno conoscono. La reazione dell’Iran dal suo punto di vista era più che giustificata.


In mezzo c’è l’Iraq che, liberato dall’Isis (almeno formalmente) si trova a ritrovarsi nella guerra e nel sangue, senza trovare pace. Il Parlamento di bagdad non ha fatto mistero, approvando una risoluzione, che gli Usa non sono per niente graditi da quelle parti e che avrebbero piacere se ne andassero, portatori come sono soltanto di guai per quelle popolazioni.


A complicare il mantenimento della pace c’è la Libia, sempre più in mezzo al caos. Il presidente riconosciuto dall’Onu (e inventato di sana pianta da Europa e Stati Uniti, dove viveva esule e semisconosciuto alla popolazione), minacciato sempre più da vicino da Haftar, giunto con le sue truppe a 40 chilometri da Tripoli, ha pensato di fare buona mossa accettando l’astuta offerta di aiuto della Turchia che, occupando la Libia, vedrebbe realizzare il sogno di Erdogan di rinverdire i fasti dei sultani del fu impero che si estendeva in tutto il Nord Africa.


Una guerra a tutto campo si sarebbe scatenata anche lì (con grande preoccupazione della Tunisia) se non fosse intervenuto il Cremlino a fermare il disegno di Erdogan, ottenendo una tregua che, anche in questo caso, non si sa quanto durerà.


La soluzione, molto probabilmente, vedrà il debole Al Serraj, ostaggio delle tribù e delle milizie di bande di trafficanti, convinto a ritirarsi per lasciare campo libero al generale Haftar, molto più popolare e gradito alla popolazione come “uomo forte”, in grado di riportare la Libia alla normalità “gheddafiana”. Quando ogni libico, grazie alla ricchezza del petrolio, si ritrovava carico di dollari senza lavorare appena sveglio al mattino.


La stessa Italia, che aveva la delega internazionale a occuparsi della Libia, sembra virare su questa soluzione. Il presidente del Consiglio Conte ha ben fatto a incontrare subito il generale Haftar, mentre Serraj, pur invitato, non si è fatto vedere, tradendo l’irritazione per quello che probabilmente ha ben compreso gli viene prospettato: essere abbandonato al suo destino per aver completamente fallito la missione affidatagli dall’Occidente.


Non c’è da essere ottimisti, ma almeno in Libia le cose potrebbero risolversi prima del previsto. Almeno si spera. Resta il fiato sospeso per il comportamento di Trump, questa volta censurato dai Democratici Usa che hanno definito l’attacco all’Iran <un atto contro gli interessi americani>. Non hanno usato la parola “da pazzo”, ma ci sono andati vicino. Errata corrige: questo 2020, anno bisestile, si presenta maluccio.