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Mercoledì 05 Febbraio 2020 19:38

Stipendi, la disuguaglianza di genere non esiste

 

 


di Chiara Circe

 

 


Risultato immagini per foto operai maschi e femmine in fabbricaQuante volte vi sarete chiesti, in questi tempi di conquiste consolidate nel lavoro e nella parità, come sia possibile, come affermano in tutto il mondo alcune economiste e politiche, che le donne impiegate in industrie e uffici vengano pagate meno degli uomini a parità di mansione? Tante, sicuramente. E ogni volta vi siete indignati per questa discriminazione abominevole che vede il sesso femminile pagato circa un quinto meno degli uomini? Sempre. Ora, finalmente, un rapporto fresco fresco del Global Gender Gap Report è costretto a fare chiarezza. Sfatando un mito.


Vero: in nessun Paese che abbia raggiunto sulla materia l’uguaglianza di genere indipendentemente dal livello di sviluppo o dal tipo di economia. E segnala che l’Italia è scesa dal 70° al 76° posto mondiale nella classifica dei Paesi che attuano la parità salariale. Una donna italiana, secondo il rapporto, guadagna in media 17.900 rispetto ai 31.600 maschili.


Falso che venga pagata di meno. Gli elementi fissi di una retribuzione sono stabiliti dai contratti collettivi nazionali, senza differenziazioni di genere. Non ci sono discriminazioni salariali dirette. E allora come si spiega che guadagnino di meno? Sono le ore lavorate a fare la differenza.


Le donne, vuoi per la maternità vuoi perché curano di più la casa e la famiglia e preferiscono il part time, vuoi, insomma, per un ruolo ancora troppo legato alla casa (spesso piacevolmente perseguito e gradito da esse stesse) svolto dalle signore, guadagnano meno perché lavorano di meno, mentre i maschi fanno più straordinari. Loro malgrado o per scelta convinta che sia. Quelle che raggiungono alti livelli professionali, sono single e molto votate alla scrivania, ricevono a volte più soldi dei loro colleghi maschi che una volta si chiamavano “lavativi”.


Un punto, però, va segnato a discredito dei datori di lavoro nei confronti delle donne in quanto tali: nel rapporto contrattuale “pesa” l’idea che anche se single oggi potrebbero diventare madri e quindi, in via pregiudiziale, tendono a offrire una paga inferiore. Penalizzando così, da sciocchi, il ruolo necessario all’umanità della maternità. Solo per questo dovrebbero offrire di più, altroché.


Certo, la vulgata neo-femminista rivolta la frittata secondo le proprie esigenze ideologiche, spargendo informazioni piene di omissis o giustificazioni a favore delle proprie tesi, tanto per tenere alto il livello di attenzione (e di disinformazione) delle masse. Del tipo, come recita il rapporto, quelle riguardanti le “discriminazioni occulte”. Messe alle strette ammettono che, sì, le donne hanno parità di retribuzione e lavorano meno, in media, ma se non hanno servizi pubblici a disposizione che si occupino della famiglia al posto loro (scelta di solito non amata) ecco che sono costrette dal sistema a guadagnare di meno.


Si pretende cioè un imprenditore si assuma l’onere di pagare una donna anche se se ne sta a casa, a sfacchinare o meno per sé e la propria famiglia. Creando così una discriminazione al contrario, verso il sesso maschile che resterebbe a produrre per lo stessa retribuzione. Una pretesa difficile da sostenere. Lo stesso rapporto calcola, inoltre, che prima di superare questa disuguaglianza “naturale” ci vorranno almeno 257 anni. Campa cavallo. Sempre che ci si arrivi.