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Venerdì 27 Marzo 2020 10:54

Medici eroi, molti di carta. <Trascurate minime procedure d’igiene>

 

 


di Giacinta Pezzana

 

 


I medici cinesi a Roma: ottimo lavoro all'ospedale Spallanzani | l ...E’ difficile da ammettere. Tuttavia da quando lo stesso presidente dell’ Anaao (Medici assistenti ospedalieri) in un’intervista al Tg1 ha dichiarato chiaramente che, vuoi per leggerezza, vuoi per incomprensione o generosità, i principali untori di virus sono stati anche medici, infermieri e ospedali, divenuti i principali focolai di infezione, la santificazione della categoria diventa un po’ meno facile da digerire. Anche molti esperti confessano che si è sottovalutata l’epidemia negli ospedali e sono state ignorate le procedure minime di precauzione e igiene in pieno allarme cinese e a epidemia già montante anche in Italia. Avvilente.

 

 

Il contagio di oltre 5mila medici e personale sanitario, per lo più in Lombardia, non si spiegherebbe altrimenti. Anche la lamentazione da scaricabarile dei diretti interessati che piangono ora per non aver avuto gli strumenti di protezione non spiega del tutto il fenomeno, considerando che fin da quando è stata dichiarata l’emergenza veniva vietato ai medici di base di visitare i pazienti negli studi, poi chiusi d’autorità  per la “sordità” di tanti medici di base.


E che dire di quelli che accoglievano al pronto soccorso senza cautele, quando, volendo, in ogni chirurgia ospedaliera avrebbero potuto trovare mascherine e guanti facilmente reperibili in gran quantità? Sono diventate un problema quando ormai il danno era fatto e ci si era già contagiati e l’epidemia dilagava.


Perfino oggi che ne sono riforniti dovunque per le tonnellate che arrivano da ogni dove ancora si vedono immagini di medici che girano nelle corsie senza protezione. Di più: si vedono arrivare in soccorso da Russia, Cuba e tanti Paesi tanti sanitari che non mollano la mascherina sulla bocca nemmeno per la tv, con intorno quelli italiani che a favor di telecamera si “denudano” senza pensarci su. Come la task force di medici volontari che parte da Caserta come se andassero in gita, stando vicini vicini, molti senza mascherina.  Eroi? Non tutti.


Perfino un quotidiano come La Repubblica ha dedicato al problema mercoledì 25 Marzo un servizio giornalistico onesto dal titolo: <Troppi focolai nelle corsie> in cui si spiega come <travolti dall’onda di piena sono saltate le precauzioni per impedire la trasmissione della malattia>. Quello che questo Post ha ricostruito all’indomani stesso dell’infezione di Codogno, quando un personale medico-sanitario del tutto impreparato e indifferente agli allarmi lanciati dall’emergenza nazionale del 31 gennaio, faceva come se nulla fosse.


E non erano travolti ancora dall’onda di piena, creata proprio dai sanitari dell’ospedale, in famiglia, nei negozi, a casa propria e tra amici e parenti in un contagio a catena che ha creato il dramma in quella zona e oltre. Altri nosocomi, altri medici, altri sanitari in tutta la Lombardia (e poi in Veneto, ma in minore misura) si sono comportati allo stesso modo, spargendo virus in tutti i reparti, in un delirio di presunta immunità o di vera e propria colpevole ignoranza del male.


Tanti ne hanno pagato le conseguenze. Si contano oltre cinquemila medici contagiati e centinaia i morti, di ogni età. Omaggiati tutti come eroi, mentre a guardare in faccia la realtà, la maggior parte , purtroppo, di loro diventano eroi di carta. Tanti i casi di medici irresponsabili che hanno messo al primo posto il proprio interesse personale (la pigrizia di non proteggersi, tra l’altro) a quello generale, pagandone un caro prezzo.


Come i tanti medici di base che, con noncuranza e nonostante la chiusura per legge degli studi medici, hanno continuato, magari asintomatici, a visitare i pazienti a casa senza guanti e mascherine invece di procedere come d’obbligo a visite telefoniche e a rinviare i casi sospetti alle emergenze dedicate al coronavirus. Imprudenze colpevoli che fanno ancora più rabbia.


Per non dire del medico ospedaliero di Castellaneta in Puglia che, pensando a sé, cuore di padre irresponsabile,soprattutto per un professionista, ha pensato bene di andare a prendere la figlia in Lombardia, dove già infuriava il contagio, perché aveva la febbre e la tosse, ammalata di coronavirus. L’ha portata a casa e il giorno dopo, mentre si infettava tutta la famiglia e lui stesso, si è presentato in ospedale senza avvertire dell’accaduto e ha scorrazzato tra una corsia e l’altra, infettando buona parte dell’ospedale e i ricoverati tanto da costringere la struttura alla chiusura, per l’ira delle autorità che lo hanno denunciato.


La denuncia di alcuni medici dell’ospedale di Bergamo, provincia tra le più contagiate, con un altissimo numero di morti da coronavirus, è finita sul New England Journal of Medicine, nell’assoluto silenzio in Italia e, peggio, in Lombardia, dove, invece, si santificano la categoria e le sue vittime. <Troppi focolai nascono nelle corsie>, è l’allarme. Con più di 5mila contagiati tra il personale sanitario vuol dire soltanto, nel 90 per cento dei casi, gli esperti concludono che non può essere addebitato al caso o a slanci di generosità suicida.


Dice Enrico Bucci, professore di Biologia alla Temple University di Philadelphia intervistato da La Repubblica: <In alcuni ospedali lombardi la capacità di contagio è doppia se non tripla> . Purtroppo la normale organizzazione di un ospedale non è adatta a fronteggiare un virus che si trasmette per via aerea, con un alto tasso di contagiosità>, ammette il professore di Igiene all’Università di Pisa Pierluigi Lopalco. <Bisogna rendere impossibile i passaggi da un reparto all’altro>, come avviene purtroppo ancora adesso.


Negli ospedali generali non si fa sempre attenzione a certe procedure, ammette anche il direttore scientifico dello Spallanzani di Roma, medaglia d’oro della intelligenza sanitaria contro il coronavirus, Giuseppe Ippolito. <Negli ospedali italiani c’è sempre stata scarsa attenzione a certe procedure in casi di malattie infettive. Fui criticato mentre esplodeva l’epidemia in Cina pensando a cosa sarebbe accaduto negli ospedali italiani per la scarsa abitudine del personale a lavarsi le mani>.


Secondo le statistiche dell’organizzazione mondiale della sanità il consumo di gel disinfettante negli ospedali italiani, infatti, è abbastanza basso rispetto agli standard. Le norme prevedono che un medico si lavi le mani dopo avervisitato ogni singolo paziente. Non accade quasi mai.


I suggerimenti per costringere i medici e il personale sanitario, non avvezzo ad avere a che fare con le epidemie e impreparato alla fonte, sono precisi: test continui a tutto il personale sanitario, accessi rigorosamente controllati e separati negli ospedali con procedure di sicurezza per la vestizione di medici con personale dedicato (ci sono tanti inservienti da utilizzare) strutture residenziali riservate al personale medico. <Ogni malato va trattato come se fosse positivo – avverte Lopalco – Anche chi arriva per una frattura deve indossare la mascherina>.


Parole sante, regole abbastanza ovvie, alle quali non è stata data la dovuta pubblicità e che, dunque, arrivano troppo tardi, anche se meglio che mai. Fanno un po’ più di luce sulla tragedia nella tragedia che ha colpito tanti medici, spesso essi stessi causa del proprio e dell’altrui male. E’ difficile dirlo, ma va detto: chiunque si trovi a dover ricorrere al pronto soccorso strepiti per quello che può se gli si presenta personale senza protezioni. E lo denunci all’autorità giudiziaria. Non ci possono essere zone franche in questa catastrofe. In ospedale ci si va per essere curati, non ammazzati.