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Venerdì 01 Maggio 2020 00:00

<Le proteste di parrucchieri e ristoranti? Mi fanno solo arrabbiare>

  

  

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

  

  

Gentile redazione,

 

 

Risultato immagine per foto parrucchieriaffido a voi, impegnati a fare informazione e contro informazione, questo sfogo dopo aver visto in tv le manifestazioni di parrucchieri e ristoratori che, poverini, protestano per la chiusura protratta fino al 1 Giugno. Sono rimasta allibita. Davvero piangono miseria queste categorie tra le più costose e quindi le più dotate di bei conti in banca? Capisco i barbieri di paese (o quelli cinesi che onorabilmente tacciono) che fanno una piega con dieci euro e 25 (già tantissimi rispetto al costo vivo) per il cosiddetto colore. Per loro e i propri collaboratori, se regolarmente contrattualizzati (e non lo sono quasi mai) ci sono i sussidi del governo. In ritardo o meno, li avranno. La quantità di aiuti solidali per cibo e medicine (cos’altro devono fare?) da parte di Comuni e associazioni benefiche, la sospensione dei mutui, i contributi o per gli affitti e le tante agevolazioni fanno il resto. Ma qui stiamo parlando anche di tutti quelli, la maggior parte nelle grandi città, i più vocianti, che prendono 30 euro, quando va bene, per una tagliatina e se si aggiunge un po’ di “ricrescita” grigia alle tempie, si arriva a pagare anche a 100-120 euro. E quanti ci pagano le tasse? Pochi. La ricevuta è rarissima. Dovrei avere pietà della categoria dei parrucchieri, i più specializzati in evasione fiscale spinta a vantaggio di rispettabili conti in banca.

 

I parrucchieri sono tra gli artigiani o lavoratori autonomi che lucrano di più sul servizio reso, facendo una “cresta” spaventosa sul costo reale dei prodotti e pagando quattro soldi le “shampiste”. Data la chiusura per l’epidemia tante donne hanno potuto verificare quanto dico. Io per prima.

 

Ho comprato lo stesso prodotto usato dal mio parrucchiere. Sapete quanto mi è costato? Otto euro! E può essere usato ben quattro volte. L’hair stylist, per così dire, per fare la stessa operazione che ho fatto io (e bene), con la piega, per mezz’ora di lavoro (non suo, di solito, ma della ragazzetta pagata una miseria), ne chiede 60! E visto che sono sua cliente la ricevuta non me la fa mai.

 

Facendo un po’ di conti con luce, affitto e varie, il costo vivo del mio colore non va oltre i 5-6 euro. Il profitto del parrucchiere diventa così altissimo. ne ho concluso che per quanto mi riguarda può pure riaprire subito ma non mi vedrà più, se non una volta l’anno per un po’ di taglio, sperando (ma non contandoci del tutto) sia “professionale”.  

 

Non parliamo, poi, dei ristoranti il ragionamento è lo stesso. Tra le categorie di evasori più allenati, pur avendo sempre avuto in questi due mesi la possibilità di consegnare pasti a domicilio (esentasse) ed essendo, dal 4 maggio, liberi di aprire al pubblico per i pasti da asporto, si stracciano le vesti perché non possono servire il pranzo o la cena in loco.

 

A parte che non si sa chi avrà il coraggio, con l’infezione ancora in giro, di andare a farsi una pizza in trattoria con la mascherina (come si fa a mangiare?) e a un metro di distanza con l’incubo che il cameriere, che potrebbe essere infettato  asintomatico, ti tocchi il piatto con i guanti sporchi, penso che siano così incavolati perché non possono, come accade, fare più soldi con i cosiddetti coperti o servizio al tavolo, sottopagando il personale e in nero. Uno scandalo che soltanto in Italia si vede ancora.

 

Ecco perché mi arrabbio quando vedo in tv queste proteste con plateali e sciocche consegne delle chiavi, in buona parte sobillate dai partiti di opposizione (e non solo). Vi chiedo, dunque: ma davvero il problema dell’economia nazionale e della presunta miseria dilagante sono i parrucchieri e i ristoranti? Per me assolutamente no.

 

Come me la pensano tante donne (e uomini) che costretti dall’isolamento hanno imparato un “fai da te” non tanto difficile (anche in cucina) con grande beneficio delle proprie tasche. Quelle di parrucchieri e ristoratori sono già troppo piene per rammaricarsi della loro prolungata chiusura.

                                                                                                  Giulia, da Roma