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Venerdì 18 Settembre 2020 15:39

Sanità Lazio, caos tamponi. E se si paga costa fino a 140 euro

 



di In.Li.

 


IMG_20200915_141100.jpgAlla prova dei fatti, la decisione politica della Regione Lazio di non autorizzare anche i laboratori privati qualificati (come invece hanno fatto più praticamente molte altre Regioni, dalla Sardegna alla Calabria) a eseguire tamponi covid molecolari (ne fanno soltanto di sierologici) si è inevitabilmente rivelata fallimentare. Una sacrosanta sciocchezza (politica, s’intende), inadatta al momento, messa in atto probabilmente per esibire una superiorità del servizio pubblico (con un vago odore di speculazione) rispetto al privato (tutti devono aver accesso alle cure, giustamente) ma tuttora inesistente. Disservizi, scarsa informazione (la metà di chi si reca al “drive in” non sa che è obbligatorio essere muniti, in ogni caso, di prescrizione medica), disguidi, errori e rigidità burocratiche, fatica e stress oltre misura per i cittadini sballottati da uno sportello all’altro per l’ignoranza degli addetti sulle procedure: addirittura differenti comportamenti sanitari tra Asl della stessa regione e drive in della stessa città. Anche se paghi, a tariffe sostanziose. Questo è per ora il risultato di questa bella pensata “pubblica” del Lazio, gestita dall’assessore alla Sanità Alessio D’Amato. Un mezzo caos. Almeno a Roma, la metropoli Capitale.

 

 

Ospedale Sant’Andrea, eccellenza sanitaria italiana. Martedì 15 settembre. I contagi salgono e scendono, la gente ha recepito fino in fondo le raccomandazioni degli esperti che invitano a tenersi “sotto controllo”. Dubbi, contatti sociali, sintomi sospetti, partenze per Paesi dove viene richiesto il tampone negativo all’imbarco: le ragioni di chi si presenta dal mattino al pomeriggio, no-stop, al drive dell’ospedale Sant’Andrea, eccellenza sanitaria italiana, sono varie, ma tutte con il medesimo obiettivo di ottenere quel tampone (si spera negativo), un po’ fastidioso quando ti entra nelle profondità del naso, ma rapido, che dà il verdetto ansiosamente atteso.


L’ organizzazione e professionalità degli operatori  (accoglienza infaticabile e preparata, sanitari votati al sacrificio per fronteggiare la situazione) è al massimo possibile, ma non basta. La gente è tanta. Nel gazebo è soltanto uno, con tre operatori sanitari, due amministrativi, tre addetti allo smistamento dei “pazienti”. Per arrivare al tampone, un’auto alla volta, ci vogliono quasi tre ore e mezza di attesa. Troppe. Sommate all’andirivieni tra drive in e ospedali a caccia di informazioni diventano giorni e giorni di perdita di tempo insopportabile.


C’è chi scopre solo lì che serve la prescrizione; chi, anziano, non è dotato di quella <de materializzata> (sarà la ricetta elettronica?) necessaria se si ha avuto contatto con un covid positivo; chi, una signora sola, dimessa nell’aspetto, spaesata, è a piedi perché una macchina non ce l’ha: respinta con tutti gli altri. <Questo è un drive in, si accettano solo utenti in auto>, le spiegano. Ma non sanno indicarle quale sia l’alternativa. Guardarla andare via triste e sconsolata stringe il cuore. Mentre un giovane punta i piedi.


<Sono stato a una festa qualche giorno fa e c’erano dei positivi - spiega. Sono corso al drive in per fare il tampone anch’io e ora che sono qua mi dicono che ci vuole la ricetta medica. Io non me ne vado. Dicono tutti in tv di controllarsi e mettono queste difficoltà? Assurdo>.


Alla fine restano solo quelli “a posto” con la burocrazia regionale. E non sono pochi. Decine e decine di cittadini chiusi per ore (dalle 12.30 alle 15.30 come è accaduto a noi) nelle auto in una coda lunga 300 metri, sotto il sole cocente, spesso con bambini e anziani, sconvolti dal caldo, i motori sempre accesi per far andare a mille l’aria condizionata, lo sguardo teso di chi non vuole mollare ma fa una fatica improba a resistere per il bene proprio e quello degli altri: arrivare a prevenire il contagio o potersi curare in tempo in caso contagio.  Due eroici e misericordiosi volontari della Protezione civile distribuiscono bottigliette d’acqua che presto si fa tiepida.  E’ lo stesso un gesto di gran sollievo.


Affrontano un disagio forte questi cittadini virtuosi, rispettosi delle raccomandazioni delle autorità e degli esperti sanitari. Mal ripagati, sembra. Un laboratorio privato in regione dove sbrigarsela in maniera più civile, finanziariamente potendo, non c’è. Che peccato.


Chi scrive è in coda per un tampone covid (negativo ovviamente) necessario per partire. In questo caso, sempre con ricetta medica (?) il Servizio sanitario regionale ne prevede l’esecuzione, ma a pagamento. Costa 69, 88 euro, non poco. Lo stesso laboratorio dell’ospedale si trasforma di colpo in un servizio privato, ma in regime di monopolio. Niente di male (un tantino speculativo?)  se almeno il servizio fosse stato adeguato al pagamento. Niente di tutto questo.


Intanto perché nonostante si paghi proprio come un servizio privato bisogna sottoporsi allo stesso calvario della procedura gratuita. Solo per scoprire dove si pratica e come accedervi richiede una settimana di giri da un ospedale all’altro, da un  drive in all’altro, di “smanettamento” su internet, di telefonate. Il personale delle informazioni sembra meno informato del povero utente. Uno strazio. Bisogna mettersi le gambe in spalla e verificare di persona.


All’Ospedale Addolorata (San Giovanni), in centro, dove c’è un presidio covid della Protezione civile è il primo viaggio a vuoto. <Qui si fanno soltanto gli arrivi da luoghi a rischio – ci comunica l’addetto all’accoglienza. A pagamento? No, ma non saprei dirle chi lo fa. Vengono in tanti a chiederlo ma non so dove mandarli. So solo che ci vuole comunque la prescrizione medica anche per chi paga>. Bene.


Dopo un giro di telefonate scopriamo noi (dato che on line nemmeno l’ombra di chiare indicazioni) che gli unici abilitati ai tamponi a pagamento sono il presidio dell’Ospedale Sant’Andrea, in estrema periferia, quasi fuori Roma (quartiere Labaro) e il Santa Maria della Pietà, altrettanto decentrato. L’addetto all’accoglienza del San Giovanni ringrazia per l’informazione: <Ora so cosa rispondere alle persone che vengono qui>.


Una giornata di sudore non è servita a niente, ma, per fortuna, dopo il viaggio al Sant’Andrea (dove, sballottati dalle informazioni alle prenotazioni e viceversa, passano ore per essere finalmente informati che il pagamento si fa direttamente al presidio sanitario stradale) e lunghi tempi di attesa bloccati in auto sotto il sole cocente, al “drive in” la procedura sembra semplice: 69,88 euro all’addetto. L’esame è rapidissimo (anche se i tamponi spinti nella profondità del naso creano notevole fastidio), finalmente fuori. E’ fatta?  Ma quando mai.


L’impegno del personale sanitario è di consegnare il referto in 24/36 ore. Tutto potrà essere visualizzato e stampato, come da istruzioni dettagliate per iscritto dall’efficientissima macchina sanitaria del drive in. Non sembra vero. E infatti non lo è.


La consegna on line viene sì rispettata (facile da eseguire, verdetto di negatività) ma il referto sbagliato nella sua formulazione. Manca un piccolo, ma fondamentale, particolare: l’indicazione del metodo molecolare. Quella sigletta “pcr”  (indicante il metodo d’analisi e di identificazione del referto come tampone covid) pur richiesta nella prescrizione e senza la quale viene negato l’imbarco verso il Paese estero dove siamo diretti. La compagnia di navigazione con la quale si parte (Grimaldi Lines) è inflessibile: <Sarà pure un tampone, ma senza quella sigla sul certificato non è provato e non può imbarcarsi>. L’ottusità burocratica è un male incurabile molto diffuso, purtroppo.


Lasciati a terra, biglietto e appuntamenti di lavoro persi, si deve fare una gran fatica a tenere sotto controllo la rabbia. A nulla vale cercare di farsi aiutare dal Cup del Sant’Andrea chiedendo di inviare per mail il referto riveduto e corretto nell’emergenza della situazione. Al telefono non risponde nessuno. Ma guarda un po’. Strano (sia detto con estrema ironia). Al danno, poi, si aggiunge la beffa.


A chi fornito di un referto negativo effettuato da un laboratorio privato in Sardegna e altrettanto privo della maledetta sigla del metodo, va invece benissimo. In un batter d’occhio, contattato il centro d’analisi dove il tampone è stato eseguito, ne riceve un altro in pochi minuti via mail, uguale al primo, con l’indicazione richiesta e può partire senza problemi, rivolgendo un grandioso “marameo” a chi è stato costretto a rivolgersi all’inefficienza del servizio pubblico del Lazio. Che invidia.


Il nostro tampone, profumatamente pagato, diventa così carta straccia, inutile e inutilizzabile anche nel caso in cui si voglia rinviare la partenza dopo pochi giorni. L’accertamento medico covid è diventato “vecchio” e va rifatto in tempo per la nuova data. Si potrà chiedere al laboratorio di ripeterlo, correggendo l’errore? <Ma certo!> rispondono al laboratorio. Basta sottoporsi di nuovo alla medesima procedura, tornare al presidio del Labaro, rimettersi in coda e…. pagare di nuovo, altri 70 euro. Anche se è il laboratorio a sbagliare, omettendo sul certificato l’indicazione del metodo usato.


<Non siamo obbligati da nessuna legge a indicare il metodo che specifica l’analisi covid sars 2 nel referto. Noi non lo facciamo>, è la risposta definitiva del laboratorio del professor Maurizio Simmaco. In sostanza si fanno pagare, ma delle esigenze del cliente se ne fregano altamente. Bravi. Complimenti. Come laboratorio privato avrebbe già chiuso.


Alla fine, forse vergognandosi di tanto illogico comportamento, si tenta di salvare il salvabile consegnandoci, come se fosse un favore eccezionale, un referto corretto, con l’indicazione richiesta: la sigla Rt-Pcr. Non serve a niente (anzi, addolora per la presa in giro), ma basta a far sorgere la domanda: perché quella dicitura non compare nel documento rilasciato all’utente?


<E’ politica interna del laboratorio – spiegano con la garanzia dell’anonimato due addette della struttura di analisi nel consegnarmi l’ormai scaduto certificato opportunamente riveduto – non divulgare il metodo>. Come se il metodo di analisi fosse un segreto da custodire gelosamente e non una doverosa informazione di trasparenza sanitaria.  Regole valide per tutti i cittadini della Regione? No. Per niente. E’ solo questione di sfiga, pare. Costosa sfiga.


Non così, infatti, la pensano alla Asl di Viterbo, sempre nel Lazio. Qui (come nel resto d’Europa) i certificati dei tamponi vengono rilasciati d’ufficio con l’indicazione del metodo “pcr”. Conclusione: nel Lazio ciascuna Asl, ciascun laboratorio pubblico, va per conto suo.


Se un cittadino è sfortunato e non abita a Viterbo o non è andato in un altro centro covid dove (sempre per caso) poteva andargli meglio, non ci si può fare niente. Fargli pagare questa sfiga a caro prezzo, questo sì, si può fare. La pensano così, pare, nei piani alti della Giunta Zingaretti. Ci si sente abbandonati da chi dovrebbe tutelarti dalle storture e dalle ingiustizie. Come si dice, cornuti e mazziati?


Così, alla fine il tanto sospirato tampone offerto dal servizio pubblico del Lazio (almeno nel caso in questione, ma è capitato ad altri) viene a costare 140 euro (139,76 per la precisione), oltre ai danni economici provocati. Molto di più di quanto si sarebbe speso in un qualsiasi laboratorio privato, ottenendo sicuramente un servizio migliore.


E’ chiaro che, funzionando così, la partita con i privati si avvia ad essere persa. “ Pubblico è bello”, certo, ma dipende da chi e come lo gestisce. Nel caso del Lazio si mostra lontano dalle esigenze di efficienza e tutela dei cittadini e dall’immagine di un Paese civile. In questo caso di una Regione civile. Con tutto il rispetto per l’eccellenza degli operatori sanitari e la loro gestione della pandemia.