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Sabato 07 Novembre 2020 11:28

Presidenziali 2020


E’ finita, Trump fuori. Alla Casa Bianca arriva il “dem” Joe Biden



di Chiara Circe



Joe Biden ha vinto le elezioni Usa 2020: è lui il nuovo presidente degli  Stati UnitiFinalmente. E’ arrivata la quiete dopo la tempesta, come qualcuno ha definito con azzeccata metafora la vittoria trionfale, con un record di oltre 74 milioni di voti e ben oltre la soglia dei 270 delegati (arriva a 290) del Democratico (blu) Joe Biden alle presidenziali Usa del 3 novembre scorso. Con lui è arrivata per la prima volta nella storia alla vicepresidenza Kamala Harris, ex procuratore, una donna energica e spumeggiante, afroamericana. Bel colpo. E’ tutto questo l’onda blu, il colore dei Democratici, non vincere in Florida o in North Carolina, di cui parlavano i sondaggisti che non hanno in fondo sbagliato granché.


Finalmente gli Stati Uniti, tutto il mondo occidentale, si liberano di quell’originale, incolto, imprenditore fallito ma miliardario “zio pazzo” (parola di Barak Obama), arruffa popolo violento, litigioso, il Repubblicano Donald J.Trump (rosso), pericoloso per la tenuta della pace dentro e fuori gli Usa, razzista, arrivato alla presidenza degli Stati Uniti nel 2016 con una valanga di voti operai e “poveri” ai quali aveva promesso mari e monti, mai visti, in realtà. Arrivato il covid li ha abbandonati tutti a morire, non facendo nulla per proteggere la popolazione dal virus, lasciando quelli senza soldi per farsi curare soccombere senza aiuti.


Suo punto di forza, inoltre, i tanti criminali ignoranti armati, nostalgici del far west e delle sparatorie nei saloon (in Usa è più facile comprare un mitra che un antibiotico),  grazie alla fiorente industria delle armi grandi finanziatori di Trump. Con loro i grandi ricchi, unici ad aver avuto i benefici con il ribasso delle tasse. Finalmente è stato battuto. Il mondo respira. E se ne andrà dalla Casa Bianca.


La vittoria di Joe Biden, che arriva con una valanga di voti,  poggia proprio su quel voto operaio tradito da Trump e della borghesia onesta e moderata, stufa del presidente <clown> ,ignorante, psicologicamente labile, inaffidabile (come dimostrano gli esperti psicologi testimoni del documentario “Unfit”) e impreparato a tanta responsabilità.  Il più gran “casinaro” della storia che aveva nelle sue mani la valigetta nucleare. Una follia.


Pienamente nel suo stile, colmo di rabbia, all’annuncio della vittoria di Biden e respinte tutte le accuse di brogli dai Tribunali cui era ricorso nel tentativo di bloccare la vittoria di Biden se ne è andato a giocare a golf, invece di riconoscere la vittoria dell’avversario. Ha cominciato mesi prima a mettere le mani avanti dichiarando che la vittoria sarebbe stata <una truffa>, senza avere mai una prova. Ora straparla riproponendo la stessa solfa per non vedere la realtà. Patetico. E’ l’aggettivo che tanti esponenti del suo stesso partito repubblicano fanno girare, abbandonandolo al suo destino.


Contro un personaggio così imbarazzante mai come questa volta l’America civile si è mobilitata per votare il suo opposto, il buon Joe Biden, un democratico di famiglia modesta della provincia più ignota (Willmington, Delaware), pacato, saggio, riflessivo, rispettoso delle istituzioni e delle regole democratiche del suo Paese e certamente rassicurante presidente, senza ombra di corruzione da establishment (come i Clinton), ex vice di Obama, uomo del dialogo e di trattativa all’ultimo respiro, che metterà un po’ di pace negli Stati Uniti e oltre. E mai come questa volta il voto è stato al cardiopalmo.


Il voto Usa 2020 è stato più che emozionante, per una parte e per l’altra. Ci sono voluti quattro giorni e quattro notti per arrivare finalmente al punto di vittoria per Biden, quei 270 delegati su 550 che lo hanno messo al sicuro. Quattro giorni e quattro notti di avanzamenti e arretramenti di voti, di sorpassi e controsorpassi, di rimonte e vantaggi sul filo dei mille voti.


C’è da dire che tutto questa sfiancante attesa è determinata anche dall’ottocentesco sistema elettorale federale Usa. Il sistema di voto è complesso e un po’ assurdo per il resto del mondo. Intanto si tratta di uffici elettorali di Stati ciascuno dei quali ha regole di voto diverse. Questo significa che non hanno scrutinato i voti tutti insieme ma ciascuno Stato ha seguito un suo timing, in qualche caso simile, in molti altri no.


Ecco perché, chiuse le urne, lo spoglio ha preso un lungo tempo e potrebbe prenderne ancora per scrutinare tutte le schede, addirittura fino al 12 novembre, pare. Con l’elezione del nuovo presidente,  i nord- americani hanno eletto anche il nuovo Congresso (Camera e Senato). Così scrutinare i voti è un lavoro lunghissimo e sfalsato tra gli Stati alcuni dei quali hanno sospeso i conteggi per due giorni per riprenderli soltanto ieri.


Inoltre – e qui sta l’arretratezza del sistema – ogni Stato detiene un certo pacchetto di delegati, assegnati prima sulla base del rapporto economia, popolazione ed estensione dei territori, i quali sono gli eletti in prima battuta. La somma di questi numeri di delegati (20 alla Florida, 16 alla Pennsylvania, 6 all’Arizona e via così)  riassume il voto popolare e dà la vittoria a un candidato.


Capita così che, come accadde a Hillary Clinton, si possano prendere più voti popolari, reali, ma in tanti Stati con pochi delegati, mentre si possa vincere, come accaduto a Trump, dopo aver preso meno voti in generale, ma negli Stati con più delegati, come la Florida che con i suoi 20 delegati dette la vittoria al miliardario.


I fondatori degli Stati Uniti intendevano, all’atto della costituzione democratica, non affidare al “popolo bue” e ignorante, per dirla in soldoni, la decisione delle elezioni politiche, preferendo mediare la volontà popolare con questi delegati “più preparati” in politica (più manovravi bili, cioè) che avrebbero poi trasmesso quei voti in sede istituzionale. Con buona pace della democrazia più importante del mondo. Saranno loro, nell’assemblea di dicembre ad eleggere il presidente sulla base dei voti espressi nel proprio Stato.


Un voto, dunque, che ha tenuto svegli e stressati prima di tutto gli scrutatori (che hanno lavorato anche 16 ore al giorno, per 250 dollari al giorno), gli addetti ai lavori, i sostenitori dei partiti contrapposti e il mondo intero, per lo più desideroso di liberarsi di una mina vagante, narcisista e strafottente, come Donald Trump.


Prima gli occhi puntati sulla Florida, dove Trump ha vinto senza problemi per la sintonia con i latinos cubani simili a lui e ad alta percentuale di criminalità, poi una sequenza di risultati che andavano a favore dell’uno e dell’altro in un’altalena mozzafiato.


In Pennsylvania Biden sotto di trecentomila voti dopo lo scrutinio dei voti al seggio, via via, è passato in vantaggio di 12 mila dopo una pausa di due giorni dello scrutinio e il conteggio dei voti postali; in Arizona il Democratico ha vinto dopo essere stato in bilico per giorni interi; la Georgia ha chiuso lo scrutinio dando un vantaggio di duemila voti a Biden poi, per controllare bene, ha ricominciato a controllare  le schede daccapo.


Così il Wisconsin e il Michigan, già assegnate a Biden, ci ripensano e, seguendo l’esempio della Georgia, ex contrafforte dei repubblicani ora conquistata dai Democratici, ricominciano a contare. Con l’intento di smentire con i fatti le accuse di brogli, i ricorsi ai giudici mentre sono ancora in corso gli scrutini,  rivolte dal presidente uscente Trump, che non ci vuole stare a piegarsi al voto popolare vinto dai suoi avversari, perfettamente in stile con la sua persona di sincero anti-democratico e sovversivo uomo delle istituzioni. Alla fine la commissione elettorale ha sentenziato: nessun broglio, tutto regolare.


Oggetto del contendere principale: il voto arrivato per posta. Sostenuto in tempi non sospetti dai democratici per svegliare milioni di elettori poco inclini a recarsi al seggio, impauriti per giunta dal covid, quel voto ha impaurito Trump fin dall’inizio della campagna elettorale, non avendone calcolato la portata.


Si tratta di quasi dieci milioni  di schede che, con l’aggiunta dei militari in giro per il mondo e circa ottocentomila civili all’estero, che avrebbero inevitabilmente favorito i Democratici che ne avevano sollecitato l’utilizzo durante la propria campagna elettorale, sollecitando la mobilitazione di questi cittadini americani generalmente un po’ distratti e portando anche così l’affluenza alle urne a livelli mai visti in America del Nord, arrivata a quasi il 70 per cento dei votanti, a fronte di uno scarso 45% di norma.


<Il voto postale è una truffa, non deve essere contato>, accusa Trump, aggiungendo questo aspetto ai presunti brogli, di cui non ha nessuna senza prova. Dimenticando, in malafede, che il voto postale c’è sempre stato – e non solo in Usa –, anche quando è stato eletto lui, e dovunque fa fede il timbro postale di spedizione della scheda. Insensatezza dopo insensatezza si è fatto così oscurare, mentre parla alla Nazione livido, dai più importanti telegiornali nazionali con la bolla di <falsario>. Una cosa mai vista.


Urla e strepiti presidenziali che farebbero sorridere se non sobillassero i suoi sostenitori, folle armate (i cosiddeti proud boys, milizie paramilitari seguaci di Trump) che assediano i seggi con minacce di morte e pronti alla rivolta violenta. Neanche si fosse nella Repubblica delle banane e non nella democrazia più grande del mondo. Se fosse successo in Ghana avrebbero invocato gli osservatori dell’Onu.


Certo, i ricorsi di Trump ai Tribunali faranno il loro corso e finiranno, giura, fino alla Corte Suprema (blindata a suo favore due giorni prima delle votazioni), tenendo in scacco il nuovo presidente e tentando di azzopparne ogni mossa. Tuttavia gli osservatori non credono che otterrà soddisfazione. Lui spera di restare nel frattempo alla Casa Bianca e/o sfangare una contrattazione che lo tuteli dal punto di vista giudiziario.


<Saremo in grado di cacciarlo come un intruso>, gli rispondono dallo staff di Biden, che tira così fuori le unghie e smentendo la fama di “sonnolento” che gli ha affibbiato il suo avversario.


Sarà interessante vedere cosa accadrà. Se la famiglia di Trump lo convincerà a mollare la presa, rassegnandosi all’evidenza o se davvero si assisterà a scene inedite dove il presidente sconfitto viene messo alla porta con la forza, scortato dagli agenti dell’FBI. La prima scelta sarebbe la migliore per Trump e probabilmente sarà quella preferita.


Una volta indicato il nuovo presidente eletto con il margine con cui è stato eletto Biden, sarà difficile che la Corte butterebbe (costi compresi delle elezioni) tutto a mare per ridare il “trono” a Trump. Resta che l’ex presidente Trump otterrà la soddisfazione di tenere in scacco la nuova presidenza per mesi, con un obiettivo “secondario” non trascurabile.


Il presidente Trump è inseguito per una serie di reati fiscali, finanziari ed edilizi da molte procure federali. Si è salvato finora con l’immunità presidenziale. Quando sarà accompagnato fuori dalla Casa Bianca, dove intende barricarsi come un bimbo dispettoso, potrebbe finire dritto dritto in prigione.


<Il governo sarà in grado di accompagnarlo fuori dalla porta>, ha fatto sapere lo staff del nuovo presidente Biden che ha già pronti gli interventi per tutelare la popolazione dall’epidemia che si diffonde sempre più, con oltre 240mila morti, mentre lo scrutinio continuerà ancora per giorni, per arrivare a contare tutte le schede, come giusto.


Il fiato sospeso rimarrà tale nei prossimi giorni, sia per la preoccupazione delle violenze dei sostenitori di Trump (ma potrebbero abbandonarlo anche loro e starsene buoni) sia nell’attesa dell’uscita di Trump dalla Sala Ovale . Il clima però sarà diverso, la tempesta è passata. Finalmente.