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Giovedì 26 Novembre 2020 10:40

Natale no stress in famiglia, ma gli intellettuali si sentono tanto soli



di Rocky



Bisogna rassegnarsi a un Natale senza i nonni a tavola, dice PregliascoL’indice di contagio scende al 12,3% e gli scienziati ed esperti del Coordinamento tecnico scientifico esprimono <cauto ottimismo> per la lotta alla trasmissione dell’infezione virale sars-covid2, comunemente detto coronavirus o semplicemente covid. Questo grazie alle misure prese dal governo Tuttavia con quasi 800 morti al giorno, frutto dell’allegra incoscienza della gente prima e dopo l’estate e ignorati come se fossero un fastidioso danno collaterale di esagerati allarmismi, c’è poco da stare allegri. La potenza di questa malattia, che colpisce ancora dovunque nel mondo (perfino la Svizzera non ha più posto nelle terapie intensive e anche in Germania aumentano i morti come non mai) non è scesa, inutile illudersi e le raccomandazioni di evitare una vita sociale affollata e di starsene a casa evitando inviti e feste il più possibile vanno prese seriamente. In questo quadro reale fa stringere il cuore sentire scemenze come <salviamo il Natale> o <fateci andare a sciare>, e cioè affollarsi agli skilift per salire sulle piste e nei rifugi per riscaldarsi. Follie da irresponsabili con poco cervello. Per fortuna che arriva il vaccino.


L’annuncio delle autorità (la presidente della Ue Von der Lyen) è che già dalla fine dell’anno (che non vediamo l’ora veder sparire) si cominceranno le prime vaccinazioni. In Italia da gennaio, con i primi due milioni circa di vaccinati, a cominciare dagli operatori sanitari, le forze dell’Ordine, i malati più fragili. In generale chi ne ha più bisogno. Una cifra che, con i già contagiati e guariti, potrà fare un certo “muro” di immunità generale. Chi si vaccinerà, volontariamente, sarà libero, finalmente, dalla mascherina, almeno. Chi non lo farà sarà sempre a rischio, leggermente attenuato per la minor circolazione di contagiosi.


A detta di tutti i virologi mondiali più accreditati <sarà sicuro>, nonostante il breve tempo impiegato per lo studio e la sperimentazione. <Tutti i laboratori di ricerca – dice Victor Fauci uno degli esperti mondiali- erano già sulla strada della scoperta e sperimentazione di un vaccino anti Sars, di cui il covid è la mutazione. Arrivare al vaccino anti covid ha così impiegato meno tempo del solito>. I circa 5-8 anni di solito richiesti in questi casi.


Si tratta dunque di resistere ancora per poco più di un mese per vedere la luce. Per cui le polemiche sulle restrizioni (che verranno via via allentate) sembrano davvero capricci infantili. Eppure continuano. Gli ultimi pretesti sono la vacanza a sciare e, udite udite, il cenone di Natale. Nel primo caso a pietire miseria sono gli imprenditori della montagna (da Cortina a Courmayer) che danno pochissima occupazione e guadagnano tanto con gli impianti di risalita dai prezzi stellari. <Con 800 morti al giorno andare a sciare è l’ultimo dei problemi>, li ha stoppati giustamente il ministro della Salute Roberto Speranza.


A dargli una mano il grande alpinista Rainold Messner che ha, dall’alto della sua autorità in materia, spiegato come :<la montagna si può vivere in tanti modi. Passeggiando, andando per malghe, godendosi i paesaggi innevati. Non bisogna sciare per forza. Per quest’anno si può fare a meno>.  Sembra dire: ma qual è il problema?


Anche questa faccenda del Natale “in triste solitudine” per le raccomandazioni  a starsene in casa con i parenti più prossimi, sembra davvero esagerata, sfruttata ad arte da alcuni politici per creare scontento e rabbia. A parte il fatto che di solito lo sport preferito è aborrire le feste per come vengono proposte e obbligate con riti spesso insopportabili, snervanti e costosi  (regali e regalini a decine di amici e parenti), la solitudine è parola usata a sproposito.


Le misure del governo (negozi aperti fino alle 22, per far spendere le tredicesime e tirare su lasceranno ampi margini per incontrarsi, con cautela, e farsi gli auguri, coprifuoco addirittura alle 23 o 24, soltanto i bar e i ristoranti restano chiusi dalle 18) lasciano spazi di manovra ampi per rendere onore a questa festività che, quest’anno come non mai, resta un festa religiosa.  Riunioni tra i parenti più stretti, Messa, scambi di auguri con qualche concreto pensiero d’affetto. Per chi ha fede basta così. Chi non ha fede, dovrà pazientare. Ma poi:  perché chi non crede festeggia il Natale, giorno in cui viene tra gli uomini, bambinello, il figlio di Dio, Gesù? La domanda è antica. La risposta altrettanto: per far girare l’economia e il danaro. Tanto per divertirsi.


Le feste natalizie sono state trasformate dal dopoguerra e il boom economico in una bolgia di feste, cenoni, viaggi ed eccessi senza senso, come se fossero la seconda puntata di ferragosto. Finché non ci sono danni alla salute (a parte i morti sulle strade delle vacanze per ubriachezza e distrazione e sulle piste da sci) niente di male. In piena pandemia, però, con oltre 50mila morti sulla coscienza di chi il virus lo fa girare per divertirsi a tutti i costi, non dovrebbero esserci discussioni. Stiano buoni. Torni il Natale nel suo alveo di fede. Con i doni per i bimbi di casa sotto l’albero di famiglia o davanti al Presepe. E basta storie.


E che dire dei tanti per i quali essere costretti a proteggersi dai contagi rinunciando a riunioni noiose e senza entusiasmo sarà solo una liberazione dalle grandi fatiche della cucina e di conversazioni insulse?  Per tutti costoro sarà una pacchia proprio grazie al confinamento. <Finalmente un Natale in pace, senza stress>, gioiscono in tanti. Con la scusa del covid si potrà dire finalmente a chiunque, parenti antipatici compresi: mi dispiace, sto a casa con la mia famiglia (il marito, i figli, i figli senza marito e viceversa, i genitori, un cugino solo), meglio evitare rischi. E amen. In tutti i sensi.


Quanto agli anziani o in generale alle persone sole, non saranno certo i lockdown o le restrizioni per proteggere la loro salute a rendere loro la vita insopportabile. Quella era così già prima della pandemia. Lo capirebbero anche i bambini. E stupiscono gli alti lai di pregiati intellettuali come, ad esempio il filosofo Massimo Cacciari (in Rai) o il politologo-tuttologo Massimo Fini (sul quotidiano Il Fatto) che, grazie a talk show a caccia di nuovi argomenti per fare tv del dolore,  drammatizzano questa storia della solitudine da attribuire alle restrizioni sfiorando il patetico, andando contro ogni logica.


<Queste restrizioni producono solitudine, portano la gente ad isolarsi, rovinano le persone che vengono private della libertà>, conciona accorato in tv (Rai news24) sollecitato dalla conduttrice che col tono luttuoso gli chiede di insistere sul tema. Lui che, all’epoca del lockdown si faceva intervistare per far sapere come ne fosse contento perché così poteva starsene in santa pace a casa con i suoi libri, in libertà, evitando tutti gli scocciatori e le scocciature che lo assillavano.


Gli fa eco Massimo Fini, criticando l’informazione sugli effetti di questa “influenza” mortale con la diffusione dei dati horror dei morti e invocando l’autocensura del governo per non <terrorizzare> la popolazione (come se si divertissero a farlo).


Scrive, il Fini, in una invettiva da lettino dello psicoanalista in piena seduta, ahinoi: <Finita che sarà la pandemia bisognerà mettere in conto i danni collaterali provocati non dal covid ma dai vari lockdown …stressanti per tutti …dal punto della tenuta nervosa delle persone…Molti sono caduti in depressione, che abbassa le difese immunitarie e apre la strada non solo al covid ma ad altre malattie ben più pericolose….con l’aumento di uso di psicofarmaci, di alcolismo, droghe….agli anziani è stato interdetto l’avvicinamento di qualsiasi persona e la solitudine uccide più del fumo..>. L’apocalisse. Ma quando mai?


Il primo pensiero che viene è che non stesse personalmente bene con se stesso o che non avesse un telefono per fare due chiacchiere con un amico o un’amica o i figli o fratelli o magari con Cacciari. Che il problema riguardasse lui e qualche amico suo. Il j’accuse contro banalissime misure di prevenzione per evitare di far infettare, con esiti imprevedibili, spesso mortali, milioni di italiani negando loro giocoforza  l’assistenza necessaria, è troppo infantile, violento e sconclusionato perché sia espresso da una persona nel pieno delle sue facoltà intellettuali, pur notevoli.


Non scherziamo, caro Fini. La depressione è una malattia seria che non nasce certo dal fatto che non si può andare al bar la sera o che è meglio evitare di andare al buffet di presentazione del libro di pinco pallino con la attempata e siliconata dama “tu mi stufi” .

 

La depressione ha radici antiche e chi è depresso si sente tale anche in un rave party. Di sicuro lo è da molto prima della pandemia. Si sentiva solo prima e si sente tale anche adesso. Confinato in casa o meno. Il problema è accorgersi, ieri come oggi, come domani, di questi malati e sostenerli. Il “povero” covid non c’entra proprio niente. Né tanto meno il coprifuoco alle  per 22 della sera.

 

Tutti gli altri, anziani compresi, che non vediamo imbottirsi di psicofarmaci o scolarsi bottiglie di wisky (ma chi conosce Fini?),  passeggiano a braccetto, vanno al caffè o a fare la spesa, o alla posta, anche nelle zone rosse. E non fanno un gran sacrificio a starsene a casa la sera. Tanto prima dove andavano a mezzanotte? E se sono soli intasano le linee telefoniche con conversazioni chilometriche con amici e parenti. I più sono dotati di cellulari per le videochiamate e se hanno figli e nipoti non mancano di assistenza in caso di bisogno.

 

Anche Fini ce l’avrà un telefono per fare due chiacchiere con un amico, o no? Se invece il suo problema è che aveva organizzato il cenone di Natale (con Cacciari tra gli invitati)  e lo vede sfumare (a tutela della sua stessa salute), allora è tutto chiaro. Sta benissimo. Gioca soltanto a fare il bastian contrario sul nulla tanto per polemizzare, che gli riesce sempre bene. Qualcuno lo informi che non potrà nemmeno andare a sciare. Sperando che non si attacchi alla bottiglia di vino per il dispiacere.