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Sabato 29 Maggio 2021 19:17

Le stragi di Genova e Stresa, ecco lo squallore dell’impresa italiana 

 

 

di Chiara Circe

 

Risultato immagine per foto strage funivia stresaOra che sono finiti in galera piangono e si disperano con lacrime di coccodrillo e accusandosi l’un altro. I responsabili della tragedia della funivia del Motterone sul Lago Maggiore, a Stresa, provincia di Verbania, Regione Piemonte, che ha fatto 14 morti, cercano pietà, la stessa che non hanno avuto quei vacanzieri spensierati che si sono affidati, pagando il passaggio, al loro mezzo di trasporto sbandierato come rapido e sicuro che si è rivelato la propria tomba. Perché il tecnico dell’impianto, mal funzionante, aveva staccato il freno d’emergenza che, con la rottura del cavo cui era appesa la cabina, avrebbe invece salvato quelle povere vite ignare di essere in mani incoscienti. Lo ha fatto d’accordo con il gestore e il dirigente della manutenzione, che negano, per non perdere gli incassi della riapertura post-covid il 26 aprile scorso, dice, confessando la tragica leggerezza. Ora lui è agli arresti domiciliari, loro sono liberi, ma restano l’emblema di un capitalismo di avidi irresponsabili molto diffuso e tanto vergognosamente osannato e sostenuto.

 

Gabriele Tadini, il caposervizio tecnico, <profondamente cattolico> ha confessato tutto subito, presentandosi ai magistrati la sera stessa della strage per togliersi un macigno morale dallo stomaco e assumersi le proprie responsabilità, condivise, dice, con il gestore della funivia, Carlo Nerini e l’ingegnere capo della società di manutenzione, la svizzera Leitner.

 

L’impianto aveva bisogno di interventi sul meccanismo di trasporto delle cabine che si inceppava proprio a causa del sistema frenante, ma pur di riaprire il 26 aprile scorso come permesso dall’ultimo decreto governativo anti covid , i tre hanno fatto finta di niente e isolato il freno d’emergenza con delle zeppe (gli ormai noti “forchettoni”) per far andare la funivia e vendere biglietti, nonostante la mole di ristori e sostegni messa in campo dal governo per i fermi da lockdown.

 

Il risultato è stato che il cavo d’acciaio sul quale era appesa la cabina si è spezzato e con il sistema frenante fuori uso quella “scatola volante” è rovinata giù a cento all’ora fino a fermarsi contro gli alberi del bosco sottostante, distrutta e carica di morti innocenti, fiduciosi nella bontà e sicurezza del trasporto di proprietà della Regione Piemonte presieduta dal leghista Cirio, data in concessione proprio a questo Nerini, imprenditore amico e boss del trasporto locale, senza nessuna gara.

 

Una vicenda vergognosa, segnata dall’avidità di imprenditori senza scrupoli, molto simile a quella del ponte Morandi di Genova, che mostra tutti i rischi che un sistema d’imprese composto da cialtroni come quello italiano, che va controllato minuziosamente, altro che liberalizzare le gare d’appalto per la ripresa come insiste la Destra politica dei Berlusconi, dei Renzi, dei Verdini, dei Salvini e via cantando giaculatorie alla criminalità di fatto e potenziale.

 

Con la legge che consente di concedere in subappalto il 50% dei lavori e limitare i controlli sui progetti e i lavori concretamente eseguiti, nella quale le verifiche si faranno solo sulla carta, per “velocizzare” la ripresa economica  appena approvata dall’ammucchiata del governo Draghi, con il plauso di Pd e 5Stelle, si apre un’autostrada ai malfattori dei risparmi sui materiali e delle manutenzioni, vero e unico parametro di sicurezza.

 

E a nulla vale il fatto che, grazie alla protesta dei sindacati, sia stata eliminata la possibilità di dare in appalto con i soldi pubblici del Recovery europeo in base alla regola del massimo ribasso delle offerte (che poi lieviteranno in corsa d’opera) che tanti guai ha già creato dal dopoguerra in poi nel nostro Paese.

 

Anche questa “vittoria” sindacale era indirizzata non già alla sicurezza dei lavoratori e dei cittadini che poi usufruiranno delle infrastrutture, ma alla possibilità che vengano pagati poco e fuori dai contratti nazionali.

 

Come si farebbe, un domani (si spera mai), quando si potrebbe avviare il Ponte sullo Stretto di Messina di cui si torna a parlare, purtroppo? Chi si fiderebbe della sua costruzione, dei suoi sistemi di sicurezza, dell’affidabilità dei lavori e dei controlli tecnici, anch’essi diffusamente impreparati e inaffaidabili? 

 

Ancora oggi il tecnico che ha confessato le proprie e altrui responsabilità si chiede come è stato possibile che quel cavo al quale era attaccata la funivia si sia spezzato. Lui non riesce a capacitarsi, non ha mai pensato potesse accadere. A meno che non voglia ammorbidire in sede processuale le proprie responsabilità indirizzandole su qualcun altro al quale addossare la parte più grande di responsabilità, dimostra comunque livelli di preparazione tecnica molto bassa.

 

Come si fa a isolare il sistema frenante, rendendolo inutilizzabile e a non pensare a quella eventualità del cavo d’acciaio? Eppure l’altra tragedia, quella del Morandi, poteva pur accendergli una lampadina in testa e far controllare per bene il cavo, unico salvavita, a quel punto.

 

Nessuno lo ha fatto e, se è stato fatto, l’idea di investire 140mila euro nella rimessa a punto dell’impianto era esclusa dai gestori, avidi di danaro da incassare imponendo la riapertura dell’impianto, non già da investire. Andava avanti così, con le vite dei passeggeri appesi a un filo (miracolati senza saperlo dopo un viaggio in funivia), da un mese, affidandosi alla buona sorte che quel freno d’emergenza, pur necessario e previsto come tale dall’ingegneria più banale, non sarebbe servito. Ma si può? E secondo loro perché vengono previsti, allora? 

 

La similarità con la tragedia del Ponte Morandi di Genova è evidente, con un’unica differenza: qui il concessionario dell’impianto è stato subito arrestato dalla procuratrice di Verbania, e poi liberato grazie alla testimonianza di un suo dipendente (bella forza); lì, dalle parti di Autostrade i concessionari Benetton, potentissimi (si dice anche affiliati a loggia massonica) e legati a doppio filo a tutti i partiti con le donazioni e i finanziamenti alle campagne elettorali, non sono stati nemmeno sfiorati dall’inchiesta che ha mandato a processo una quarantina di persone e tenuto fuori i veri beneficiari delle mancate manutenzioni del Ponte, i Benetton in confronto ai quali questo Nerini è un poveraccio. Quando si dice l’Italia.