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Giovedì 29 Luglio 2021 03:37

Tunisia, il presidente caccia governo e deputati: pericolo islamismo

 

 


di Agnese Blondì

 

 


In Tunisia misure d'emergenza - Vatican NewsGrande impressione in Italia e nel mondo stanno suscitando gli avvenimenti in atto nella Tunisia democratica e costituzionale. Il neo presidente Kais Saied, un intellettuale del diritto e stimato professore universitario di legge, coautore della redazione della nuova Costituzione repubblicana, eletto a furor di popolo con oltre il 76 per cento delle preferenze, a nemmeno un anno dalla sua nomina ha licenziato tutto l’assetto esecutivo del governo e chiuso il Parlamento. La motivazione: evidente incapacità a gestire l’amministrazione del Paese, falcidiato dal covid e squassato dalla rabbia popolare per  la mancanza di lavoro, la corruzione nell’amministrazione pubblica, uno sviluppo caotico che aumenta la povertà e la disuguaglianza, il ritorno (anche violento) a una rigidità fondamentalista islamica nella società che colpisce prima di tutto le donne e i giovani. La maggioranza della popolazione che lo ha votato non gliene vuole. Al contrario. Della “rivoluzione dei gelsomini” i tunisini, popolo normalmente molto civile e pacifico, erano abbastanza stufi da tempo.

Luogo simbolo che ha dato il via alle cosiddette “primavere arabe” (per lo più indotte dagli interessi economici e petroliferi del mondo occidentale), passata l’ubriacatura delle rivoluzione democratica fortemente sostenuta e finanziata dall’Europa , la Tunisia in dieci anni di democrazia parlamentare e libertà di associazione non soltanto è sprofondata nel caos del “liberi tutti” senza avere una tradizione culturale e organizzativa diffusa, ma ha visto imporsi sempre più vecchie regole religiose e coraniche con un ritorno all’antico che la borghesia nascente, i ceti professionali, gli intellettuali e gli imprenditori illuminati e i giovani appassionati della contaminazione con il resto del mondo moderno fanno sempre più fatica ad accettare.


<Abbiamo fermato il potere dell’islamismo più nocivo>, ha dichiarato infatti il capo delle forze Armate tunisine che ha schierato l’esercito e le forze dell’Ordine a favore della mossa del presidente Saied. Nel mirino il partito di Ennahada, l’espressione parlamentare delle forze islamiste (simile ai Fratelli Musulmani egiziani) diventato sempre più potente nell’amministrazione pubblica tanto da arrivare a esprimere il primo ministro e il presidente del Parlamento grazie proprio ai favori del capo dello Stato Saied, oggi deluso, fino alla conseguenza estrema di un atto di imperio previsto dalla nuova Costituzione come <la presenza di una minaccia ai danni dello Stato>.


Che la Tunisia stesse via via scivolando verso un rigurgito di pericoloso fondamentalismo era ed è sotto gli occhi di tutti, fin dagli attentati terroristici del 2016 a Tunisi e Sousse ad opera di giovani tunisini formati alla scuola coranica di Kerouan, nota località depositaria dell’antica arte del tappeto. Giovani finiti preda delle forze oscurantiste dell’islamismo che negli strati più disagiati della popolazione, nelle zone più interne e povere dei villaggi verso il deserto o verso i confini con Algeria e Libia, hanno fatto molti proseliti, fino a spingerli verso il terrorismo dell’Isis in Iraq e Siria.


I due sanguinosi attentati che fecero numerose vittime tra gli stranieri in vacanza a Tunisi e a Sousse, al museo e in un lussuoso albergo, hanno preso di mira proprio il turismo, additato come fonte di occidentalizzazione del Paese, sul quale l’ex “dittatore” Ben Alì e i suoi successori puntano per tenere alta l’economia del Paese e l’occupazione. I terroristi , giustificati e in qualche modo protetti dai partiti islamisti, colpirono nel segno.


Da allora la Tunisia ha fatto una gran fatica a convincere il mondo a tornare nei propri alberghi (normalmente lussuosissimi e a buon mercato) per le vacanze, anche attirando tanti pensionati per la vita gradevole e il basso costo della vita a scegliere l’antica Cartagine come residenza abituale. Poi il Covid (17mila morti su dieci milioni di abitanti) ha dato la mazzata finale dalla quale sarà difficilissimo riprendersi.


Chi ha girato nel Paese sia nel periodo della “dittatura” del presidente Ben Alì sia dopo la “rivoluzione dei gelsomini” che costrinse alla fuga il presidente con la sua famiglia (e le ricchezze accumulate) prima in Giordania e poi in Arabia Saudita ha potuto verificare il cambiamento notevole della stessa quotidianità dei tunisini. Con Ben Alì non c’era una gran libertà di parola (i giornali erano soltanto un paio, governativi, ma il territorio era gradevolmente ben organizzato “all’occidentale” per il turista e la stessa popolazione.


Disoccupazione al minimo, grandi investimenti pubblici nell’edilizia e nell’industria del turismo e nei servizi, le donne erano libere dal velo (vietato indossarlo negli uffici pubblici), spinta verso l’efficienza e l’organizzazione sociale, pugno di ferro della polizia sull’ordine sociale, il rispetto delle leggi e la sicurezza, strade tirate a lucido, corruzione ridotta al minimo. Dopo il 2011 tutto è cambiato. <In peggio>, rimpiangono tanti tunisini.


Il velo sulla testa di donne e ragazze è tornato diffuso, le turiste in bikini sulle spiagge mal sopportate se non reputate tutte prostitute, la critica ai valori e modi di vivere occidentali sempre più propagandate, sporcizia dovunque e servizi inefficienti la regola. Poliziotti che ti stracciano la multa (magari per violazione inesistente) per una cassa di birra o per venti dinari (circa sei euro) è evento non raro. Come regole e leggi spesso ignorate con arroganza e menefreghismo o aggressività verso lo straniero occidentale non musulmano.


<Almeno prima rubava soltanto Ben Alì – dice il solito tassista tra i sostenitori della mossa del presidente Saied – Con la democrazia hanno cominciato a rubare tutti e la corruzione si è diffusa prima di tutto tra la polizia e i ministeri>.


Fu la protesta tragica di un ambulante suicida dopo il sequestro della merce da parte della polizia a scatenare la rivolta contro la presidenza Ben Alì, cresciuto all’ombra del padre della patria Bourghiba che portò la Tunisia all’indipendenza dalla Francia nel 1959 e modernizzò l’organizzazione della società, rendendola laica e annullando le discriminazioni verso le donne imposte dall’islamismo.



La popolazione si ribellò con forti proteste di piazza per la cappa di ordine e sicurezza imposta  alla popolazione (con la riduzione al minimo della stampa libera), mentre un elites ristretta composta dalla famiglia presidenziale e amici degli amici si arricchiva a spese del danaro pubblico.


<Almeno mangiavamo tutti – insiste il tassista - e c’era più rispetto, si viveva certamente meglio. La libertà è diventata una guerra senza regole, troppi islamisti in giro che ti richiamano su ogni cosa, non ci sono più turisti e il lavoro è a zero. Qualcosa bisognava fare per fermare tutto questo. In tanti rimpiangono BenAlì, anch’io. Che me ne faccio della democrazia se significa questo casino. Bene ha fatto Saied a cacciarli via tutti>. Con il pieno appoggio delle Forze Armate, alle prese ogni giorno con i rigurgiti terroristici che si annidano nel Sud, ai confini con Algeria e Libia.


Il popolo tunisino ha chiesto il ritorno dell’uomo forte. Lo ha trovato, pare. Nel professore di diritto, che il partito di Ennhada definisce <l’Al Sisi tunisino>, riferendosi al presidente egiziano che ha messo fuori legge il partito fondamentalista dei Fratelli musulmani, la formazione egiziana islamista che stava portando il Paese nel caos, mantenendo l’Egitto nell’ottica laica ed espansiva moderna mantenendo buoni rapporti economici e sociali con il resto del mondo.


Per ora il tunisino Saied ha soltanto indetto una sorta di legge marziale nel Paese per impedire disordini e, a suo dire, salvare il salvabile di una Tunisia laica e anti fondamentalista, che guarda all’Europa e al mondo in economia e cultura.  Difficile credere che voglia mettere fuori legge gli islamisti di Ennhada. Ha solo cacciato, pare, gli incapaci che usavano il potere della democrazia per espandere il proprio credo fondamentalista e oscurantista. Il mondo aspetta ora la prossima mossa.