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Mercoledì 02 Marzo 2011 12:00

Il dubbio e la colpa

di Agnese Blondì


 

Chissà se e quante volte la mamma delle due gemelline scomparse prima – o dopo – il suicidio del papà, il cittadino svizzero morto a Cerignola buttandosi sotto un treno, ha pensato: è anche colpa mia. Chissà se e quante volte, quella donna ora distrutta dal dolore per la perdita delle sue bambine si tormenta l'anima con un dubbio: forse non dovevo negare al loro papà il diritto all'affidamento congiunto delle figlie, dovevo ascoltare il suo bisogno di veder riconosciuto il diritto a una piena paternità. Se fossi stata meno dura con lui, se avessi evitato di umiliarlo togliendogli anche la dignità di padre, forse non sarebbe successo quel che è successo.

Chissà. A vederla nelle conferenze stampa, mentre mostra i peluche delle sue piccole non una lacrima, non un accenno di emozione trapelano dal suo viso fresco e minuto, né la voce rotta da qualsivoglia sconquasso emotivo lascia trapelare alcunché. Di certo sappiamo che tutto è nato da una triste vicenda di figlie contese e che lei, la mamma, ha ottenuto di escludere l'ex marito, ma pur sempre padre, dalla vita delle figlie. , ha spiegato all'indomani della tragedia, sapendo bene che è cosa diversa dal diritto legale di esercitare il ruolo di padre, di essere presente nella loro vita con piena facoltà di intervento e incontro.

 

A portare Matthias Schepps al folle gesto è stata forse proprio la disperazione di un uomo sconfitto, portato dalla sua insana debolezza psicologica alla vendetta più estrema, di cui si credeva a sua volta, ingiustamente, vittima. Una situazione a rischio che colpisce tanti separati, di cui ci racconta con dovizia di dati Alessia Camplone. A nessun osservatore è venuto in mente – o il coraggio – di considerare questo aspetto della questione, per riservare ogni attenzione e solidarietà alla mamma sconvolta. Nessuna pietà umana ha spinto giornalisti e opinionisti a cercare di capire meglio l'agire quell'uomo, trattato anche da morto come un reietto. Non ce ne stupiamo. Di fronte al dolore di una mamma come Irina, è difficilissimo restare imparziali e non sperare con tutto il cuore che le figlie tornino sane e salve a lei. Ma cogliamo l'occasione per ragionare su tante altre mamme e donne che altrettanto buone non sono. Non tutte sono uguali e sarebbe il caso di smetterla di fare del sesso femminile una categoria professionale.

 

A volte si presentano dolcissime, dimesse, con un sorriso angelico stampato in faccia. Dietro nascondono un carattere d'acciaio che usano per raggiungere obiettivi ben mirati, rasentando, se necessario, la spietatezza. Non di rado si atteggiano a vittime di soprusi di cui sono all'origine esse stesse, ben sapendo di trovare un coro di retorica che correrà in loro difesa, in osservanza a un tremebondo agire e opinioneggiare che oggi passa sotto la dicitura del . Sarà il caso di piantarla lì. Non è corretto, ma nemmeno giusto.