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Sabato 30 Aprile 2011 12:00

Bullismo e divismo, ragazzi a rischio

 

Un fenomeno emerso di recente come segno di un malessere “sofferto”dalla famiglia dei nostri giorni

 

di Francesca Latte*


 

<Suo figlio è disinibito, parla troppo, è aggressivo, violento, volgare>.Molto spesso un insegnante usa que ste parole di fronte a genitori allibiti, convocati per il comportamento a scuola del figlio o della figlia. Sono le frasi  classiche che definiscono il bulletto della classe, rampollo spesso di buona famiglia, con il quale è difficile anche per il corpo docente, trovare una via d’uscita educativa necessaria perché un iniziale stato di “semplice” maleducazione non si trasformi, se non adeguatamente controllato, in esplosioni di violenza che a volte sfociano in tragedia, come nel caso, non isolato, del giovane accoltellato a scuola dal bullo di quartiere, in un liceo romano. Il fenomeno cosiddetto del bullismo giovanile nei ragazzi (per le ragazze si parla di “divismo” ) è emerso di recente come segno di un malessere più esteso e complesso “sofferto” dalla famiglia dei nostri giorni. Bulli non si nasce, si diventa. E i primi segnali si manifestano proprio all’interno delle dinamiche familiari.

 

Quando un ragazzo o una ragazza, contrariamente al costume di vita familiare, iniziano a essere troppo nervosi, iperattivi -tanto da avere difficoltà nell’addormentarsi -,reagiscono con rabbia alle frustrazioni, piangono in maniera inconsolabile, hanno scatti di collera improvvisi, si vestono nei modi più strani e inadeguati, mangiano in maniera smodata, quello è il momento di chiedersi cosa stia succedendo e se sia il caso di chiedere consiglio a un esperto.

 

 

Le problematiche di natura conflittuale non risolte o risolte solo parzialmente (una separazione, un abbandono-allontanamento di uno dei coniugi, un lutto di un parente stretto) e la mancanza di punti di riferimento quotidiani unitamente all’isolamento crescente dei minori in casa (dove restano soli per diverse ore), provocano talvolta negli adolescenti uno stato di conflittualità nel rapporto con i genitori, con se stessi e con la società, al quale essi possono reagire con comportamenti antisociali.

  

Il bullo, infatti, è il segno tangibile di relazioni distorte e della perdita di autorevolezza delle figure educative di riferimento, dai genitori agli insegnati, dai politici ai personaggi dei media. Così si fanno guidare solo da modelli ideali di scarso valore intrinseco. La famiglia deve assumere un ruolo da protagonista e non può e non deve accettare passivamente un ruolo secondario, né tanto meno starsene lì a guardare. Per rivestire tale ruolo è, però, necessario che la famiglia venga garantita-supportata ma  anche monitorata, qualora se ne ravvisi la necessità, attraverso la promozione e la realizzazione di un percorso nel e per il quartiere.

 

 

E’ indispensabile quindi condurre una campagna di sensibilizzazione e di prevenzione per sostenere e “cementare” tutti  quei progetti scolastici volti alla risoluzione delle problematiche inerenti la dispersione scolastica e il dilagare degli episodi di violenza nelle classi. Il bullo, infatti, non si ferma ad usare violenza verso i compagni o a marinare la scuola, ma con significativa frequenza profitta di queste occasioni per estendere le sue angherie all’intero quartiere (furti, spaccio, contraffazione, prostituzione, abusi sessuali, etc.).

 

 

Ai genitori si suggerisce di restare più vicino ai figli, specie quando vi accorgete che vostro figlio improvvisamente cambia  atteggiamenti, o si chiude in se stesso o si mostra collerico od ostile: gli adolescenti hanno ancor di più bisogno del supporto della famiglia.

 

 

Ai ragazzi si consiglia di non demonizzare la propria famiglia pensando che sia un luogo di imposizioni di regole e proibizioni: talvolta sbagliando, i genitori cercano di offrire i loro migliori consigli

 

*neuropsichiatra infantile

 

(ha collaborato Annalisa Belfiore)