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Sabato 26 Marzo 2011 12:00

Nelle cliniche psichiatriche

dove si odono urla di libertà

di Conchita Borneo


 

Ho girato per cliniche psichiatriche per anni. E ho compreso che lì è possibile lasciare che la realtà esterna continui il suo andare senza essere costretta a mettersi in gioco. Un gioco che non prevede uno spazio che accolga chi sta male psichicamente.

 

 

Al contrario, in quei luoghi, ogni sofferenza viene affermata. A volte, risolta. Lì è possibile che chi vive un disagio psichico possa finalmente confrontarsi, usare un giusto distacco per inserirsi, senza subire rimproveri, sollecitazioni a guardare avanti, a lasciare tutto alle spalle. Lì ho verificato che un "io diviso" può provare a ricomporsi senza rifiutare la malattia e sentirsi diversi.

 

Guardarsi intorno, scherzare sulle manie, osservare i lunghi silenzi, i tavoli ribaltati per uno scatto di nervi,tutto riesce a far parte di una terapia più adeguata rispetto agli effetti collaterali dei farmaci.

 

In questo contesto vorrei mettere a fuoco uno dei molteplici e diversi sguardi all'interno di una clinica, dove ho visto pazienti relativamente giovani delegare ai propri custodi, tutto il dolore, la sofferenza, le urla a lungo repressi che per incanto si esprimono in libertà, quando sono sicuri dell'ascolto e di un atto che provano, quanto meno,a placare senza farmaci, accettando il loro modo di essere.

 

Ma ho visto anche badanti che si alternano, attraverso un passaparola che viaggia per canali prestabiliti e coordinati (gestiti da suore, paramedici o le badanti stesse) per assistere malati cosidetti cronici cui non viene più garantita l'assistenza da parte dell'Amministrazione. Sono queste queste donne - raramente un uomo - a prendersi cura di loro e a diventarne "padrone" assolute.

 

Sono tutte straniere e spesso prendono il sopravvento sui lori assistiti, comandarli a bacchetta, aggirando i parenti sulle ore effettivamente svolte, su oggetti rubati. Insomma creste di varie entità.

 

 Al contrario di fronte all'impeccabile filippina, si osservano gesti e  parole che vanno "oltre" e sembrano qualcosa più vicina all'amore, alla responsabilità dell'amore, che si esprime in piccole cose: leggere il giornale e mostrare le foto in esso contenute, regalare un frutto raccolto nei terreni di famiglia, offrire un dolce, procurarsi una scatoletta per il solito gatto presente in questi luoghi.

  

 

Non sempre, insomma, la realtà di una clinica psichiatrica è una realtà disumana o crudele. A volte è semplicemente un microcosmo di umanità, buoa o cattiva che sia, che potrebbe insegnare molte cose al cosiddetto mondo sano "di fuori".