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Venerdì 15 Novembre 2019 22:24

Cucchi, carabinieri in carcere. La giustizia trionfa, ma non per Uva



di Ag.Bl.



Stefano Cucchi è stato ucciso da due carabinieri che, insieme ad altri, lo avevano arrestato per spaccio di droga. Il giovane era sotto gli effetti dell’eroina, dunque debole e indifeso. Malato. Eppure con crudeltà inaudita due rappresentanti dello Stato, che avrebbero dovuto proteggerlo da se stesso e affidarlo alle cure dei medici, lo hanno brutalmente malmenato con violenza inaudita fino a portarlo alla morte per i colpi ricevuti. Così ha stabilito la sentenza del Tribunale di Roma con 18 anni di carcere come punizione. Questo denunciava da dieci anni la famiglia della vittima. Con meritevole coraggio è andata fino in fondo per assicurare alla giustizia i colpevoli della morte del loro congiunto.  Solo i cinque medici dell’ospedale dove Cucchi fu ricoverato in stato d’arresto, accusati di mancata assistenza, si sono salvati: uno per assoluzione e gli altri quattro per prescrizione.


Quella dei Cucchi è stata un’azione difficilissima, considerando l’enorme disparità di influenza e potere dei Carabinieri, molti dei quali (altri sei sono stati condannati per i depistaggi perseguiti) hanno tentato fino all’ultimo di coprire le malefatte dei colleghi infedeli, traditori dei valori e delle regole dell’Arma.


Eppure, grazie alla determinazione della sorella della vittima, Ilaria, a una strategia di comunicazione di denuncia martellante e scioccante (le foto del povero Stefano diffuse sono raccapriccianti)  sfociata perfino in un film e a chissà quanti soldi investiti in spese legali da parte di una famiglia apparentemente piccolo borghese, la verità ha trionfato e giustizia è stata fatta. Un bell’esempio che sembra dire a quanti (tanti) si sono trovati vittime di abusi da parte delle forze dell’Ordine e che hanno paura di affrontare ritorsioni e cattiverie inevitabili da parte di colleghi altrettanto spietati: non abbiate paura. Alla fine la giustizia trionfa. Anche se non è del tutto vero. Dipende.


Nel caso di Giuseppe Uva, un operaio morto nel 2008 quando era nelle mani dello Stato, queste belle parole non hanno funzionato. Bloccato brutalmente da sei poliziotti e due Carabinieri a Varese di notte mentre vagava per strada in stato confusionale alterato, è stato portato in ospedale e riconsegnato la mattina dopo, morto, ai familiari.


Anche in questo caso la sorella aveva denunciato il fatto, chiedendo verità e giustizia, in presenza di una cartella clinica che denunciava la morte dell’uomo per lo schiacciamento polmonare causato dal bloccaggio a terra dell’arresto. Eppure, accusati di omicidio preterintenzionale e difesi come al solito dal codice d’onore non scritto di colleghi e superiori, sono stati tutti assolti e il caso dimenticato nell’indifferenza generale. Avvocati inadeguati? Ingenuità nella raccolta delle prove? Tempi sociali diversi? Magistrati indifferenti? Fatto sta che quel caso, apparentemente simile ha visto, secondo la sorella della vittima, Lucia, una <giustizia ingiusta>.


Stessi depistaggi, stessi silenzi, stesse minacce del caso Cucchi che, però, in questo caso sono stati “attenzionati”, scoperti e denunciati come coperture e complicità. Grazie a una serie di probabili fattori ambientali che hanno favorito l’accusa e la “felice” conclusione del processo Cucchi: una procura della Repubblica di Roma più forte rispetto a quella di Varese, vera difesa e sostegno, invece, della famiglia Cucchi; una stampa più attenta, coraggiosa e “solidale” per un fatto avvenuto nella Capitale; una preparazione più accurata, pronta e intelligente nella raccolta delle prove, culminata nella confessione di uno dei carabinieri accusati che ha testimoniato l’atroce sequenza dei fatti. Una disponibilità, infine, di risorse economiche e protezione sociale.


La povera, operaia, famiglia di Giuseppe Uva, da Varese, piccola provincia lontana e semisconosciuta, non ha avuto niente di tutto questo. Probabilmente gli accusati non avevano davvero colpa, ma il mistero sulla morte è rimasto e che fosse custodito da carabinieri e poliziotti è un altro dato. aE quel pover’uomo non è certo deceduto di morte naturale.


A sbloccare la situazione in favore di Stefano Cucchi, è stato sicuramente anche il cambio ai vertici dell’Arma (grazie al ministero della Difesa della ministra 5Stelle Trenta) che, con il generale Nistri, ha rifiutato la logica di un inaccettabile codice d’onore per coprire un vero e proprio omicidio, schierandosi anche in Tribunale dalla parte dei Cucchi e costituendosi parte civile contro gli accusati,ritenendo che quei comportamenti danneggiassero l’immagine dell’intero Corpo dei Carabinieri. Onore all’Arma, è il caso di dire. Anche qui ha trionfato l’onestà e la giustizia.