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Sabato 18 Aprile 2020 09:31

Auto a -81%, ma per lo show business il covid è una miniera d’oro

 

 


di Alessandro Fieramonte

 

 


Coronavirus, suona il violino sul tetto dell'ospedale in omaggio a ...L’occasione è strepitosa. A fronte dei milioni di cittadini che tirano la cinghia in tutto il mondo, stremati fisicamente ed economicamente dalla guerra in corso a un nemico più distruttivo delle bombe, c’è un intera settore d’affari che invece, sfruttando la situazione, marcia a ritmi frenetici per guadagnare il più possibile e tenere alto il fatturato adeguandosi al tema del giorno: “fare del bene” e “dare un po’ di sollievo” a chi tristemente è costretto a casa per salvare la vita propria e dei propri cari, ma per fortuna può andare almeno a fare la spesa al supermercato. In testa a questo strepitoso giro d’affari generato dal coronavirus ci sono certamente le società di comunicazione e gli uffici stampa, ingaggiati per fornire ai giornali interviste e fatterelli sempre aggiornati che abbiano come protagonisti i propri clienti “famosi”, aziende e associazioni di categoria. Perfino gli addetti alle pulizie degli ospedali hanno ottenuto il loro tributo nei Tg (complice il Papa, per la verità), nonostante facciano finalmente quello che dovrebbero fare ciò per cui sono pagati e cioè pulire per bene, disinfettando, gli ospedali. Tutti spargono parole ed esortazioni, a volte banali, prendono con soddisfazione gli applausi per il lavoro per cui vengono stipendiati, emettono lamentazioni varie, facendo pubblicità, di fatto, alla proprie attività, intellettuali o d’affari, con un occhio alla possibilità di ottenere soldi pubblici.


Sono, tuttavia, soprattutto le agenzie pubblicitarie le più attive, impegnate come sono a sfornare, in un vorticoso giro d’affari, nuovi spot adeguati al momento. Registi, attori senza platee, set cinematografici o studi di grafic designer sono lanciati nel gran circo del business della comunicazione (e della manipolazione) usando l’etica della carità e della beneficienza per la macchina salvavita messa in piedi dagli Stati.


Non c’è in ogni angolo di mondo chi, grande figura o piccolo personaggio di quartiere che sia, non voglia “esserci”, mettersi in mostra, fare notizia e ottenere “presenze” sui media e nei social. Un po’ per non farsi dimenticare, un po’ per promuovere film o l’ultimo album, per lo più per incassando soldi dagli uni e dagli altri grazie ai click operati sui video dei social network. E i diritti Siae corrono.


Viaggiano a tutto gas nel grande mare della comunicazione nazionale pubblicitaria cantanti e sportivi da spot; musicisti, attori e comici da cabaret; laboratori tech e biotech, case farmaceutiche italiane il cui export è schizzato al +7%; produttori di agroalimentare (Barilla e Ferrero in testa); centri di ricerca, oscuri o già super accreditati che siano che cercano ogni spazio nei talk per ottenere finanziamenti pubblici; ospedali e cliniche private; laboratori di analisi. Tutti cercano visibilità, grazie alle ore infinite di informazione dedicate coronavirus e i suoi effetti socio-sanitari.


Gli investimenti dell’Ordine dei medici (e degli infermieri, in subordine) non sono da meno. Impegnato a costruire e mantenere alta la reputazione da “eroi” degli operatori sanitari (mentre non fanno altro che svolgere il proprio lavoro già ben pagato e oggi ancora di più grazie agli straordinari necessari) la potentissima lobby ha investito almeno 500mila euro nelle aziende pubblicitarie e nell’acquisto di pagine o spazi per gli spot su giornali e tv. Urge allontanare, è questa la missione strategica, qualsiasi sospetto su errori e negligenze che pian piano verranno fuori grazie alle denunce e alle inchieste della magistratura. A cominciare dalle Case di riposo.


I più cinici tra gli osservatori più smaliziati includono in questo elenco un po’ casareccio del <chi ci guadagna> l’Inps, data la decimazione dei più anziani e gli introiti in più che arrivano in bilancio grazie allo “spegnimento” di tante pensioni. E, da non dimenticare, le cosiddette Onoranze funebri che, si mostrano contrite (è il loro mestiere) a favor di telecamera, lamentando disagi vari, ma a sera contano i segni “+” nei loro bilanci.


E’ lunga la lista degli “sfruttatori” della pandemia da coronavirus. Scomparsa la pubblicità delle auto (il settore in Italia perde l’80% delle vendite di Marzo, soltanto la Fiat il 74%)  per ovvie ragioni di clausura dei concessionari e della clientela) sono le aziende alimentari a farla da padrone, aiutate enormemente dal fatto che la popolazione spende soltanto per la spesa.


Nel 99 per cento dei casi hanno rinnovato le pubblicità, puntando a far comprare i propri prodotti con immagini manipolatorie caritatevoli o entusiastiche della famiglia, del tutto diseducative e irrealistiche. Abbracci e baci si sprecano. La Barilla, supera se stessa ingaggiando a suon di milioni, Sofia Loren e proponendo, cambiando il tema dello spot, il solito messaggio da Mulino Bianco, con tante belle parole e mostrando il “tutti a casa” con i protagonisti che si abbracciano felici di stare a casa tutti insieme, pericolosamente a favore di contagio.


Non fanno eccezione la Findus e la maggior parte delle case alimentari, tipo Ferrero. <I focolai prossimi saranno le famiglie>, dicono giusto gli esperti virologi. Grazie al business del “magna magna” non verranno ascoltati con i rischi inimmaginabili all’orizzonte.


I cantanti e gli attori si sprecano in questa magnifica opera di “sfruttamento” pro business della situazione. Violiniste altrimenti disoccupate pagate per mettersi su un tetto a suonare sulle piazze vuote in abito da sera e brillantine; giovani suonatori di chitarra che si fanno conoscere allietando il nulla, ma ripresi dalle telecamere; concertisti improvvisati che inventano canzoni demenziali con il favore dei telegiornali.


Da Tiziano Ferro, a Zucchero, a Renato Zero solo per dirne alcuni: tutti compongono altrettanta musica di basso profilo tanto per tenersi a galla sul tema dell’<andrà tutto bene> (quando? come?). Diodato, il vincitore di Sanremo, che non potendo far soldi con i concerti, va cantando in ogni video o balcone la sua canzone, per farsi riprendere da social e telegiornali e restare su piazza.


Per non dire di Gianni Morandi ingaggiato dal Corriere della Sera per tenere su il morale e raccogliere danaro (anche per sé) per l’assistenza e la sanità d’emergenza con una con una sua bellissima canzone strappalacrime dal testo adeguato all’occorrenza. I social network pagano i click, la Rai incassa per lo spot, la Siae fa correre i soldi dei diritti d’autore e gli introiti non mancano. Per le banche la manna delle commissioni sui conti correnti aperti per le donazioni dei cittadini ben incartati a fare beneficienza.


E che dire di Tosca? Con una “carnale” e personalissima interpretazione dell’inno nazionale si fa intervistare e mandare in onda via radio e tv come testimonial della Croce Rossa per il solito polpettone sulla necessità delle donazioni per combattere il virus (con tutti i miliardi messi in campo dallo Stato e dall’Europa). Tuttavia non dà l’iban della Croce Rossa per i contributi, ma invita a <visualizzare il mio video su… (un social network, n.d.r.) >. I proventi verranno, spiega, girati alla Croce Rossa. Tutti? non si saprà mai.


Tuttavia, con l’unica eccezione di Massimo Ranieri, persona seria che non è sceso in quest’agone melenso e stucchevole del <passerà, andrà tutto bene> pensando al proprio tornaconto, la medaglia d’oro in questa gara a chi fa più il furbo va certamente assegnata a Federica Pellegrini, ormai attempata numero uno del nuoto, riciclata per ragioni di cassetta a fare la soubrette da accorti impresari dello spettacolo e testimonial di una multinazionale produttrice di shampoo.


In versione caritatevole la suddetta compare in spot pubblicitari (ben pagati dall’industria che tiene così alto il proprio nome sul mercato depresso) per comunicare che mette all’asta i suoi “strumenti da lavoro” i cui proventi andrebbero (tolte le spese, ovvio, ma non si dice) a sostenere la lotta al coronavirus.


Invece di buttare nella pattumiera come fanno i comuni mortali (o al massimo regalarla ai poveri della parrocchia) la roba vecchia (e magari rotta?) che ingombra armadi e cassetti, di fronte alle pulizie di stagione di casa sua ha pensato bene che valeva la pena di provare a rivendere i propri scarti sotto forma di contributo all’emergenza.


Così vecchi occhialini da piscina, cuffiette, costumi da bagno e forse qualche vecchio accappatoio indossati in gare di decenni fa finiscono nel grande mare della dubbia gara dei vip a stare in televisione e sui social adeguandosi al solo tema del lungo momento che la popolazione mondiale sta vivendo: la pandemia che sta facendo centinaia di migliaia di morti e milioni di sofferenti nel mondo. Si è guardata bene dal mettere in gioco le medaglie d’oro.


Se tutta questa gente avesse staccato un assegno dal proprio conto corrente e l’avesse versato a favore di qualche conoscente in miseria, magari in silenzio, sarebbe stata più credibile. Invece è lo show che deve andare avanti, sulle tombe dei morti e degli ammalati, passati, presenti e, si spera sempre meno, futuri. Il coronavirus per tanti è soltanto una miniera d’oro scavata tra le tombe.