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Martedì 08 Settembre 2020 11:04

Meno costi e meno imboscati, <Sì> al taglio dei parlamentari

 

 


di Elisabetta Regina

 

 


IMG_20200907_211304.jpgIl 20 e 21 Settembre prossimi si voterà per il referendum confermativo della modifica costituzionale riguardante la riduzione del numero dei parlamentari italiani da 945 a 600, tra Camera (-230) e Senato (-115) approvata dal Parlamento con il 91% dei consensi. Il referendum è stato chiesto dalla lega di Salvini, terrorizzato all’idea, come il resto della Destra, di perdere un po’ di truppe cammellate con le prossime elezioni. Se si voterà <sì> si appoverà la riforma, altrimenti, con il <no> la si boccerà. E perché mai si dovrebbe votare <no>?

 

 

Ridurre il numero dei parlamentari porterebbe un sacco di vantaggi a tutti i cittadini contribuenti. Intanto si risparmierebbero 350 mila euro di stipendi al mese (che buttali via) sul bilancio dello Stato. E se i 600 eletti si riducessero anche lo stipendio (circa 15mila euro al mese, troppi per tutti quelli che scaldano la poltrona e sono tanti) i soldi risparmiati diventerebbero il doppio. E non è poco per niente.


Inoltre con meno i parlamentari sarebbero più in vista e costretti a rendersi utili molto più di ora, dove la quantità di imboscati è troppo alta: c’è chi è mancato al 99% delle votazioni, chi non si fa vedere mai nelle stanze di Montecitorio o di Palazzo Madama, con indici di produttività, per così dire, bassissimo. Basti fare l’esempio di Gianfranco Rotondi (Forza Italia) cui la Fondazione Open Parlamento (secondo quanto riferisce il giornale Il Fatto Quotidiano) assegna un 29,33 per cento, al 619mo posto tra i “lavoratori” del Parlamento. Questo perché, nel marasma di quasi mille Parlamentari, è ben facile che nessuno si accorga di quanto lavora poco, pur facendosi eleggere ogni volta. Come lui almeno 1/3 dei suoi colleghi.


Il dettato secondo il quale i candidati da eleggere sono decisi dai capobastone dei partiti scelti tra i più ossequienti ai vertici e alla linea da loro dettata diventa, infatti, con tanti deputati e senatori, la regola, a prescindere dal contributo che poi danno in sede parlamentare.


Con una quantità minore di eletti questo giochino è più difficile che riesca, dovendo gli eletti esporsi di più personalmente anche nei confronti del proprio elettorato. Più gente dovrà votarli, più cittadini dovranno giudicarli, più alto il rischio che qualcuno si accorga e denunci il loro scarso operato. Sarà dunque una scelta obbligata per le forze politiche selezionare meglio i candidati da eleggere, valorizzando i “bravi” nello stare al servizio degli elettori con il proprio lavoro e scartando i servili inservibili e gli scansafatiche.


Con il taglio sarà inoltre più facile e efficiente lo scambio di idee tra i parlamentari per l’elaborazione delle leggi, al servizio esclusivo del bene comune e non di questa o quella lobby, unico obiettivo cui deve giungere il Parlamento. La rappresentanza elettorale sarà certamente più concreta con un Parlamento operoso, attento alle esigenze di ogni settore del Paese, economico, sociale o culturale che sia che con tanti piccoli parlamentari che a volte rappresentano, a parte se stessi (e il proprio stipendio) soltanto il proprio orticello di Paese.


Non a caso a guidare i comitati che vorrebbero che tutto restasse come è per salvare la propria poltroncina ci sono formazioni minori e autoreferenziali (come Bonino e Della Vedova, Calenda, e perfino Renzi che vede la sua formazione abbastanza poco rappresentativa) preoccupati di perdere posti (e stipendi) in Parlamento o, ibidem, di storici trombati e politicamente inutili come i vari Lupi (ma chi rappresenta l’onorevole Lupi?) o Zanda.


Per di più con meno poltrone a disposizione sarebbe più difficile trovare una collocazione in lista per manager e imprenditori interessati a difendere e promuovere prevalentemente i propri… interessi di bottega (da Berlusconi in poi). La riduzione del numero degli eletti rimetterebbe in gioco queste storture.


Ma c’è un argomento vincente che mostra quanto la nostra democrazia sia viziata da un difetto di rappresentanza dovuto proprio alla folla di parlamentari. Ed è il confronto con gli altri Paesi europei e non. Il Regno Unito, ad esempio, culla della civiltà democratico-parlamentare, ha soltanto 650 parlamentari, con un rapporto di un deputato ogni 100mila abitanti (vedi scheda nella foto, fonte: Il Fatto Quotidiano).


La grande Germania, molto più popolosa dell’Italia, ha 709 deputati, con meno di un deputato ogni centomila abitanti. La Francia appena 577 parlamentari e via così. E parliamo di due dei Paesi più grandi, circa 150 milioni di abitanti ciascuno. Perché mai l’Italia dovrebbe averne 945, con appena 60 milioni scarsi di anime? Qui il rapporto è addirittura di quasi 2 (1,6) deputato ogni centomila cittadini. Troppi, è evidente.


A meno di non voler concludere che gli Stati Uniti siano un Paese autoritario (Trump a parte) con i loro 600 eletti al Congresso e la Cina, dove il Comitato centrale è composto da migliaia di persone, il posto più democratico del mondo, il dubbio tra il <Sì> alla riforma e il <No> non esiste: è ovvio che il Sì al taglio dei Parlamentari è sicuramente la scelta più ovvia e razionale per rendere più efficiente e trasparente (riunire le due Camere per le necessità del caso, sarà inoltre più semplice) la rappresentanza parlamentare dei cittadini. Con le preferenze, poi, sarebbe ancora più forte. <Sì>.