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Mercoledì 18 Settembre 2019 19:39

Matteo, nome infausto: anche Renzi “lascia” e tradisce Pd e governo

  

 

di Giacinta Pezzana 

 

          

Risultato immagine per foto renzi vespaMatteo&Matteo. E’ il nome della società di consulenza in politica della vendetta personale e voltafaccia con ricattino (pardon: ruolo di trattativa) che Matteo Renzi potrebbe fondare con l’altro Matteo, che tanto gli somiglia: quel Salvini che continua a starnazzare rancoroso per essere stato lasciato affogare nel proprio brodo dopo il tradimento malriuscito del patto di governo con i 5Stelle. Come l’altro Matteo, Renzi annuncia la scissione dal Pd per fondare una nuova formazione politica di Centro-Centro-Destra (“Italia viva”, come dire Viva l’italia o Forza Italia) ) che tanto gli si confà. Nel Pd in tanti hanno tirato un sospiro di sollievo, sentendosi più liberi di chiamarsi un partito di sinistra, finalmente. <Meglio così, tutto nel Pd sarà più chiaro>, ha commentato anche un fedelissimo renziano. Fosse vero. Purtroppo Renzi ha soltanto voluto intorbidare ancora di più le acque. La tempistica, come nel caso di Salvini, ne è la prova.

Messo all’angolo dalle primarie Pd che gli hanno preferito Nicola Zingaretti, uomo di sinistra; incapace di accettare la sconfitta e di perdere il bastone del comando (<bisogna saper perdere>, ammonisce la canzone di Caterina Caselli) con il quale guidava il partito grazie al ristretto “giglio magico” dei vari Bellanova (vedi articolo precedente) , Boschi, Faraone, Lotti, Marcucci e chi più ne ha più ne metta; condannato (non sia mai!) a un ruolo di secondo piano nel Pd, parte che il suo egocentrismo reputa inaccettabile; spinto da un “protagonismo narcisistico”, (copyright Beppe Grillo) mortificato dalla maggioranza del Pd che si era finalmente liberato di lui: Renzi ha deciso di tornare a coltivare un orticello tutto suo con i suoi Boschi, Faraone, Lotti eccetera eccetera e ritagliarsi nel suo piccolo il solito ruolo di capetto, buono per sedersi al tavolo degli accordi di maggioranza e di governo.

 

Niente di nuovo. Tuttavia quello che mostra la spietata passione per una tattica politica fine a se stessa (o), esattamente come il Salvini omonimo, è l’aver scelto la sua strada non già prima che si facessero gli accordi di governo, nel timore di venir escluso dalla partita, in un percorso aperto e trasparente, ma subito dopo il completamento della squadra di Giuseppe Conte, giusto nel giorno del giuramento dei viceministri e sottosegretari, a governo appena insediato. Un’ipocrisia come quella di Renzi forse nemmeno Salvini ce l’ha.

 

Comprensibile, dunque, la stizza con la quale il presidente del Consiglio, appena insediato, ha accolto la notizia dell’addio al Pd dallo stesso Matteo Renzi. <Sarebbe stato più corretto e lineare l’avesse fatto prima>, ha commentato Conte. Prima degli accordi di maggioranza presi con tutto il Pd; prima della formazione del governo concordata con Zingaretti a nome anche del Matteo “bomba”, come lo chiamavano gli amici da ragazzo, a Firenze, per la facilità con cui sparava balle. Aveva pur diritto Conte a darsi una regolata. Purtroppo ha peccato di ingenuità fidandosi di Renzi. Non aveva fatto i conti con il fiorentino versione serpente, quello dell’<Enrico stai sereno> pronunciato alla vigilia della cacciata del governo Letta, pronto in ogni momento a voltafaccia e pugnalate alle spalle per il proprio personale tornaconto e quello dei suoi circoli d’affari di riferimento, gli industriali alla De Benedetti che vedono l’economia green e sostenibile perseguita da Conte come fumo negli occhi. E fregandosene altamente, come l’altro Matteo, della sorte della maggioranza dei cittadini che sperano di veder risolvere da questo governo tanti loro problemi.

 

Dopo le primarie del Pd che lo avevano messo da parte, Renzi ha covato la mossa di mollare il partito (lasciando come “osservatori” interni alcuni fedelissimi come Marcucci, Guerini e Lotti, autosospeso perché indagato) che lo additava come il segretario-padrone delle grandi sconfitte. Conta di mettere, in Parlamento, il bastone tra le ruote con i suoi venti parlamentari a ogni provvedimento della maggioranza e tenendo così sotto ricatto politico Giuseppe Conte e Movimento 5Stelle.

 

<Per noi non cambia niente, problemi interni al Pd>, fa sapere Luigi Di Maio che ben sa quanto alla Camera il gruppo dei renziani non scalfisce la maggioranza. Qualche problema si potrà porre al Senato dove i i senatori che seguirebbero Renzi nella sua avventura sarebbero pochissimi, per ora.

 

Fatto sta che le cose per il governo si complicano, anche se Renzi giura e spergiura che dovrà arrivare <al 2023 per eleggere prima il nuovo presidente della Repubblica>.  Si sa, però, che di lui non ci si può fidare. Proprio come il suo gemello, Matteo l’altro, della Matteo&Matteo company. Poveri italiani. Si spera soltanto che imparino a non chiamare più i pargoli con questo nome. Porta con sé pessime, infauste, qualità umane. Con tutto il rispetto per il Santo e le persone per bene.