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Domenica 06 Giugno 2021 11:42

Condanne Ilva, oltre 20 anni ai Riva. Si aspetta con ansia l’Appello

 

 

di Gi.Co.

 

 

 

Risultato immagine per foto ilvaLe condanne sono state pesantissime, ma per i cittadini di Taranto che hanno visto morire figli, genitori, amici e familiari per i veleni di quella fabbrica, contano fino a un certo punto. Sapere che pende sul capo dei fratelli Riva e altri 24 tra dirigenti, funzionari pubblici, politici, la galera è una soddisfazione a metà. I giudici (tutte donne) della Corte di Assise di Taranto hanno inflitto 280 anni di carcere complessivi a tutti coloro che consapevolmente, per avidità e menefreghismo, hanno avvelenato la città con i fumi carichi di diossina e piombo facendo tante vittime anche tra bambini e ragazzi come è stato dimostrato dalle perizie sanitarie, contaminando le acque del mare, pesci e molluschi e tutti i terreni agricoli dove brucano pecore e mucche da latte. Uno scempio ambientale e assassino che è stato riconosciuto dopo quindici anni di battaglie di comitati e cittadini di Taranto colpiti duramente negli affetti per i morti di tumori e malattie polmonari incurabili.

<Un segreto che allora – sottolineano gli abitanti del quartiere accanto all’acciaieria maledetta – veniva gelosamente custodito>. Dai proprietari e dirigenti dell’Ilva, certo, ma anche da istituzioni, governi partiti e politici compiacenti, sindacati schierati soltanto in difesa del lavoro e non della salute degli stessi lavoratori oltreché degli abitanti della città. Oggi finalmente è arrivata la giustizia. Ma reggerà anche in Appello?

 

La Corte d’Assise ha condannato a 20 e 22 anni di carcere per inquinamento ambientale e omicidio colposo i fratelli Fabio e Nicola Riva, confiscando le loro proprietà per 2,1 miliardi (sono in ballo i risarcimenti alle vittime) e la stessa area a caldo, produttrice di scarti altamente inquinanti lasciati liberi di vagare per aria, responsabile in massima parte dei danni e ancora oggi non del tutto sanata. Altre decine di anni ciascuno sono stati comminati a responsabili tecnici e amministrativi dentro e fuori l’Ilva per aver lasciato, con pareri mendaci e pressioni politiche, che il “mostro” assassino continuasse impunito il proprio lavoro ai danni della città e delle persone.

 

La Corte ha inoltre riconosciuto senza ombra di dubbio anche la colpevolezza dei politici della zona, in primo luogo l’allora presidente della Regione Nicky Vendola (ex Rifondazione Comunista, poi Sinistra italiana, ora ritirato a vita privata) condannato a tre anni e nove mesi per il ruolo avuto nel favorire l’Ilva contro i pareri degli studiosi e degli esperti dell’Arpa locale, sui quali faceva pressioni perché rilasciassero certificati di compatibilità ambientale mentre la gente già moriva e i dati della scienza dimostrava il nesso tra l’inquinamento dell’Ilva e quelle malattie mortali. L’equivoco ideologico è stato quello che ha sempre attraversato quell’area politica: la difesa del lavoro industriale a tutti i costi, anche a costo della vita degli operai e degli altri.  

 

E’stato lo stesso equivoco che, su pressione del Pci degli anni dell’Irizzazione dell’Italia  del dopoguerra, volle la costruzione dell’acciaieria in quelle aree verdi appena fuori il centro città, dove tenute agricole curatissime e aziende di allevamento tenevano l’ambiente incontaminato.

 

Il Sud, si pensava a sinistra, aveva bisogno di industrializzarsi (gli operai sono “collettivisti”, i contadini individualisti e al massimo votano per la DC) e si scelse di annientare quel paradiso di verde con quella fabbrica. Per i sindaci dell’epoca, tutti democristiani, era comunque una bella occasione per clientele di vario genere.

 

Erano tempi in cui gli allarmi sul già prevedibile inquinamento venivano zittiti come disfattismo anti operaio e non si pensava certo a proteggere l’ambiente. Così si è continuato negli anni fino ad oggi, anche di fronte alle prime evidenze sanitarie e scientifiche e i primi morti.

 

<Mio figlio è morto a causa dell’inquinamento a 15 anni – commenta una madre di Taranto dopo la sentenza – e le condanne non me lo porteranno in vita. Sono condanne pesanti, ma mio figlio non c’è più e sono io a finire all’ergastolo>.

 

Una sofferenza, questa, simile a quella di tanti altri sprofondati nel dolore per la perdita dei propri cari e che non vedono certo in una condanna la soluzione del problema: <Quella fabbrica va chiusa e basta. Soltanto così si potrà trovare pace>, dicono in coro. Anche perché tra rinvii, ricorsi e interventi di manutenzione che non hanno risolto ancora il problema della copertura degli scarti contamina(n)ti l’ex Ilva continua il suo “lavoro sporco”.

 

Per non dire dello scetticismo che fa tenere in sospetto che queste condanne, pur severe, vengano davvero eseguite. Si è soltanto al il primo grado di giudizio. Ne mancano altri due per vedere davvero qualcuno in galera. Di questi tempi ci si può aspettare di tutto.